Journal tenu par Isaac Beeckman de 1604 à 1634. Tome 4: Supplément (ed. C. de Waard)


auteur: Isaac Beeckman


editeur: Cornelis de Waard


bron: Isaac Beeckman, Journal tenu par Isaac Beeckman de 1604 à 1634. Tome 4: Supplément (ed. Cornelis de Waard). Martinus Nijhoff, Den Haag 1953  


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[p. 240]
+

[1636]

Hugo de Groot, à Paris, à Gerard Jansz Vos (Vossius), à Amsterdam
10 janvier 1636

Texte de la page 209a du recueil cité plus haut p. 235.

 

Non credas, vir meo judicio id quod Senatus Romani judicio erat Nasica, quanto gaudio affectus fuerit Diodatius1), cùm videret ex literis ad me et ipsum scriptis (nam fortè cùm eas reciperem, id est hodie, intervenerat)a), quantus in Galilaeo honos haberetur bonis in commune literis, abs te tantae auctoritatis viro, ab Hortensio et a Nob(ili) mihique plurimi semper facto Realio. Rogavit me partem ut ipsi literarum illam darem, ut benè merito seni et ab Inquisitione malè tractato aliquid inde esset solatij; et quando Galilaei, ut rectè judicas, aetas non videtur migrationem pati, ipse ejus nomine in Hollandiam ire constituit. Si res, ut spero, benè procedet, aliquid mihi debebunt nostrates, plerique nimium in me ingrati, quod honorem nobilis reperti ad ipsos derivaverim....

Gerard Jansz Vos (Vossius), à Amsterdam, à Merec Casaubon (en Angleterre).
1 avril 1636

Texte de la page 311 du recueil cité plus haut p. 219.

 

.... Dordrechtani exemplo Amstelodamensium2), Illustre Gymnasium instituêre. non quidem cum magnificis stipendijs3), sed prout potuit urbs honoratior quàm ditior4)...

Résolutions du Vroedschap de Gorinchem. - Cf. ci-dessus p. 231.
[21 april 1636]

Is verstaen dat den conrector D. Reckius by provisie in den Rector Beeckmans5) huys sal trecken en den Rector in syn absentie waernemen tot anders sal wesen gedisponeert,

Maarten van den Hove (Hortensius), à Amsterdam, à Pierre Gassend, à Digne
16 mai 1636

Paris, Bibl., nat., f. lat., nouv. acq. 1637, fol. 87recto: autographe. - Texte imprimé á la page 432 du recueil cité plus haut p. 155.

 

.... Morinus vester Deus bone, quos non strepitûs edit de inventione longitudinum6)! Scripsi ad eum jam secundâ vice7) et varias difficultates movi, in quibus nondum mihi satisfecit. In summâ censui et censeo inventionem ejus super mari esse prorsus impossibilem, quoad accuratam praxim....

 

Envoi à Beeckman par Desargues à Paris8) de son opuscule intitulé Exemple de l'une

[p. 241]

+ des manieres universelles du S.G.D.L.1) touchant la pratique de la perspective sans emploier aucun tiers point de distance ny d'autre nature qui soit hors du champ de l'ouvrage, dont le colophon porte: A Paris, en May 1636. Avec Privilege. Ces exemplaires sont es mains de Monsieur Bidault H2) du Roy, demeurant au gros Pavillon des Tuylleries, au bout de la grande Galerie du Louvre - 12 pages, in-fol. L'exemplaire conservé à la Bibl. nat. à Paris (inv. V 1537) porte sur le feuillet blanc accolé à la stampe, la mention autographe de Desargues:



illustratie

3)

Galilei Galileo, à Arcetri, aux Etats Généraux des Provinces Unies, à La Haye
15 août 1636

La Haye, Archives d'Etat, armoire dite loquetkas des Etats-Généraux. - Autographe qui porte: Remonstrantie van Galileus Galilei, raeckende Oost en West, 1636. A la marge superieure à gauche à l'encre contemporaine: ‘Recepta die 11 Novembris 1636’.

 

Alli Illustrissimi e Potentissimi Signori,

i Signori Ordini Generali delle Confederate Provincie Belgiche etc.,

Galileo Galilei.

 

A Voi, Illustrissimi et Potentissimi Signcri, à voi domatori e dominatori dell'Oceano, è stato riserbato dalla fortuna, anzi da Dio, di ridurre all'ultimo et altissimo grado di perfezzione, l'ammirabile arte della navigazione, nella quale, come ben sanno i periti (de i quali voi et in numero, et in perfezzione, sete sopra tutte l'altre nazioni abondanti) una sola scienza, e perizia manca, acciò in essa nulla resti più che desiderarsi; e questa è la facoltà di potere non meno conoscere e apprender la longitudine, di quello che si conosca e apprenda la latitudine; dalle quali due cognizioni si ha sicura notizia del luogo ove, non meno in acqua che in terra, sopra questo gran globo maritimo et terrestre ci ritroviamo.

Il modo di potere in ogni tempo sapere la longitudine è stato per molti secoli ricercato da astronomi et altri ingegni specolativi, et da gran Potentati promessa recognizione grande di honore et di utile a chi ne fusse trovatore. Sino a questa nostra età non è stata conosciuta altra strada che la antichissima per via de gl'eclissi lunari, con l'aiuto de i quali nel corso di molti anni e secoli hanno i geografi disegnate le lor tavole delle provincie e de i mari sparsi nella faccia del nostro globo. Ma la rarità di tali eclissi per il bisogno de i naviganti resta totalmente inutile. Da accidenti che accaschino in terra, non è possibile trovar la differenza di longitudine se non inutilmente tra luoghi vicini; perchè nè fumate di giorno, nè fuochi di notte, possono esser' osservati, nè anco in distanza d'un grado. Però bisogna recorrere ad accidenti altissimi et celesti, visibili negl'interi emisferii. Di tali ne è stato cortese il cielo nelle età passate, ma per i presenti nostri bisogni assai scarso, non ci havendo aiutato con altro che con gl'eclissi lunari; non già che l'istesso cielo non sia abbondantissimo di accidenti frequenti, notabili, et sommamente più atti et accommodati a i bisogni nostri de gl'eclissi lunari o solari; ma è piaciuto al Rettor del mondo tenergli ceati sino

[p. 242]

+ a i tempi nostri, et palesargli poi per industria di due ingegni, uno Olandese et l'altro Italiano, Toscano e Fiorentino: quello come primo inventore del telescopio o tubo Ollandico1), et l'altro come primo scopritore et osservatore delle stelle Medicee, così da esso nominate dalla casa del suo Principe Signore2).

 

Hora, per venire al punto in brevi parole, espongo alle Sigrie vostre III.me e Potentiss.e tutta l'istoria et somma del presente negozio.

Sappiano per tanto, come intorno al corpo di Giove vanno perpetuamente rivolgendosi quattro stelle minori, con diverse velocità, in 4 cerchii di differenti grandezze, da i movimenti delle quale stelle haviamo, per ogni giorno naturale 4, 6, 8 et ancora, spesse volte, più, accidenti tali, che ciascheduno è non meno accommodato, anzi molto più, che se fossero tanti eclissi lunari, per la investigazione delle longitudine; atteso che, essendo la lor durazione di breve tempo, non danno occasione d'errare nella numerazion delle hore et delle parti loro.

Gl'accidenti poi sono i seguenti:

Prima, per essere il corpo di Giove per sua natura non meno tenebroso che la terra, et risplendente solo per la illuminazione del Sole, distende nella parte opposta al Sole la sua ombra in forma di cono, per la quale ciascuno de i suoi 4 satelliti passa, mentre scorre la parte superiore del suo cerchio; et essendo essi ancora, a guisa di 4 lune, privi di luce, et solamente risplendenti per l'illuminazion del Sole, entrando nel cono dell' ombra di Giove, si eclissano; et per la piccolezza loro, la immersione nelle tenebre si fà in tempo di un minuto d'hora in circa; parimente, alcune hore dopo uscendo dell' ombra, in altro tempo brevissimo recuperano lo splendore. Dal che è manifesto che gl'osservatori di tali eclissi non possono differir tra di loro, circa 'l tempo della esquisita osservazione, d'un minuta d'hora.

Oltre a gl'eclissi, vi sono, secondariamente, le applicazioni de i lor corpi a quello di Giove; dove si può osservare l'esatto momento nel quale mostrano di toccare il disco di Giove, come anco, all' incontro, viene osservabile la loro separazione dal medesimo disco. Et tali congiunzioni e separazioni vengono osservabili senza errore di mezo minuto d'hora, mediante la velocità del lor' moto, e 'l piccolissimo momento che media tra 'l toccare et 'l non toccare.

Sono, nel terzo luogo, osservabili le congiunzioni et separazioni tra di loro de i medesimi satelliti, li quali, mentre che con movimenti contrarii, si vanno ad affrontare, scorrendo questi la parte superiore de i lor cerchi et quelli la inferiore, si conducono all' esatta congiunzione, la quale passa in manco d'un minuto d'hora, si che il suo mezo viene esattissimamente comprensibile, senza errore, anco di pochi minuti secondi.

Questi sono gl' accidenti frequentissimi in tutte le notti, in qual si voglia parte di tutto 'l globo terrestre et in tutto 'l tempo dell' anno che Giove resta visibile et osservabile; de i quali accidenti, quando ne siano da perito astronomo formate le efemeride, calcolate a qualche meridiano stabilito, come, verbi graziaa), al meridiano d'Amsteldamo, delle quali ne habbiano i nauchieri copia appresso di loro, facendo ai tempi oportuni le osservazioni; e confrontandole con i tempi notati nelle efemeridi, potranno, dalla dif-

[p. 243]

+ferenza dell' hora numerata da loro e l'hora notata nell' efemeride, comprender la distanza del meridiano, nel quale si trovano, dal primo meridiano d'Amsteldamo, che è la cercata longitudine.

 

La sicurezza e l'utilità grande di potere in terre riformare et emendare tutte le carte geografiche e nautiche, sì che non differischino dal vero nè pur mezo grado, nè (direi quasi) una lega, è manifestissima e facilissima; perchè, senza efemeridi nè altri calcoli, basta che uno, nel luogo dove si trova, vadia per alcune notti osservando de i sopra nominati accidenti, notando l'hora della sua apparenza; la quale, conferita con le osservazioni medesime fatte e notate, con i lor tempi, in Amsteldamo ò in altro luogo, darà la differenza de i meridiani. Si che siamo sicuri che tal pratica per l'avvenire è per essere esercitata, e con essa sarà restituita tutta la geografia all' assoluta giustezza, ottenendosi in numero minore di anni quello che in maggior numero di secoli non si è ottenuto con l'aiuto de gl'eclissi lunari.

Ma per l'uso della navigazione restano 4 particolarità da guadagnarsi.

Prima, l'esquisita teorica de i movimenti di esse Stelle Medicee circumjoviali, per la quale da periti astronomi si possano calcolare e distribuire in efemeridi tutti gl' accidenti sopranominati.

Secondariamente, si ricercano telescopii di tal perfezzione, che chiaramente rendano visibili et osservabili esse stelle.

Terzo, convien trovar modo di superar la difficoltà che altri può credere che arrechi l'agitazione della nave nell' uso di esso telescopio.

Nel quarto luogo, si ricerca esquisito orologio per numerar l'hore e sue minuzie, a meridie overo ab occasu Solis.

Quanto al primo, io ho con tal precisione guadagnati i periodi de i movimenti delle 4 stelle, che le costituzioni, per molti mesi calcolate innanzi, puntualmente mi rispondono; et (come sanno i periti nelle osservazioni et ne i calcoli de i moti celesti) il corso del tempo va sempre aggiungnendo maggiore esattezza1).

Quanto al 2o, hò sin qui ridotto a tal perfezzione il telescopio, che i satelliti di Giove, benchè invisibili non solo all' occhio libero, ma a' telescopii comuni, si veggono non manco grandi et risplendenti delle stelle fisse della seconda grandezza vedute con l'occhio libero; anzi si continua a vedergli ancora nel crepuscolo, quando niuna delle fisse resta più visibile. Mà di simile, et anco di maggior perfezzione mi giova credere che siano per trovarsene in coteste regioni, dove fu la prima invenzione2).

Circa 'l 3o, ho anco pensato a qualche oportuno remedio per collocar l'osservatore in luogo talmente preparato, che non senta la commozione della nave. Ma intorno a questo particolare, mentre io riguardo a quante operazioni ha ritrovate il progresso del tempo, l'esperienza e la solerzia de gl'ingegni humani non metto difficoltà nissuna che la pratica d'huomini accorti et pazienti non sia per addestrarsi in cotal' uso non meno in mare che in terra, et massime che la nostra operazione non ha da esser da pigliar distanze, con quadranti o altri tali strumenti, tra stella et stella, ma un simplice passaggio della vista, per vedere se due di quei satelliti son congiunti, se si applicano al disco di Giove, o se sono

[p. 244]

+ usciti o siano per entrar nel cono dell' ombra. De i quali accidenti, fatti prima avvertiti dall' efemerida che devono seguire in quella notte, col tornare spesso a replicar l'osservazione, incontreranno precisamente il tempo et l'hora dell' evento.

Finalmente, circa il 4o requisito, io hò tal misurator del tempo, che se si fabricassero 4 o 6 di tali strumenti et si lasciassero scorrere, troveremmo (in confermazione della lor giustezza) che i tempi da quelli misurati et mostrati, non solamente d'hora in hora, ma di giorno in giorno et di mese in mese, non differirebbero tra di loro, nè anco d'un minuto secondo d'hora; tanto uniformamente caminano: orologii veramente pur troppo ammirabili per gl' osservatori de i moti e fenomeni celesti. Et è di più la fabrica di tali strumenti schiettissima e semplicissima, et assai meno sottoposta all' alterazioni esterne di qualsivoglia altro strumento per simile uso ritrovato1).

 

Io benissimo so, Illustrissimi et Potentiss.i Sig.ri, che avanti a Principi grandi si dovrebbe comparire con le invenzioni nuove già stabilite et atte a porsi in uso immediatamente; tutta via so ancora che la prudenza vostra comprenderà, che non essendo io huomo marittimo nè idoneo alla navigazione, non son potuto venire nel cospetto loro in altra maniera che in questa. Sarei per avventura potuto venire presenzialmente, quando la longhezza del viaggio, la mia grave età di 73 anni, et altri impedimenti, non mi havessero ritenuto. Ma quello che mi assicura appresso la benignità et grandezza d'animo delle SSre vostre Ill.me et Pot.me è il non haver io preteso altro, se non che la prudenza et humanità loro gradisca questo piccol parto del mio ingegno, del quale gli fo libero dono, come anco oblazione di quello che restasse per l'intero complimento di questo negozio.

E qui per fine voglio aggiugner questo: che le SS.e Vostre Ill.me et Pot.me, come veramente potentissime sopra tutti gl' altri Potentati del mondo a dar cominciamento et ridurre a perfezione impresa tanto bramata e ricercata, non restino d'applicarvi il pensiero e la mano: e siano certi che hora o in altro tempo ha da esser messa in uso questa invenzione, la quale può dirsi ammirabile, come quella che depende da cose celesti e divine, riposte là su da Dio per solamente arrecar benefizio al genere humano.

I principii di tutte le imprese grandi hanno delle difficoltà, le quali la paziente industria de gl' huomini col tempo va superando, come apertamente può ciascuno intendare il quale vadia considerando tante et tante arti, i principii delle quali siamo sicuri che furon debolissimi, et hora si veggono ridotte a far cose che rendono ammirazione a i più elevati ingegni. Io potrei nominare arti innumerabili, ma basti questa sola della navigazione, da i vostri medesimi Olandesi a sì mirabil perfezione ridotta; che se questa sola perizia che resta, del trovar la longitudine, che a loro par riserbata, verrà aggiunta alle altre tanto industriose operazioni per loro ultimo e massimo artifizio, haranno posto termine e meta alla gloria, oltre alla quale niun' altra nazione può sperar di passare.

Et humilmente le inchino2).

[p. 245]
+

Galileo Galilei, à Arcetri, à Laurens Reael, à Amsterdam
15 août 1636

Texte des pages 153-154 du t. III des Opere di Galileo Galilei nobile fiorentino, Accademico lincco, già lettore delle matematiche nelle università di Pisa e di Padova, dipoi sopraordinario nello studio di Pisa, primario filosofo e mattematico del Serenissimo Gran Duca di Toscana. Nuova edizione coll' aggiunta di vari trattati deli' istesso autore non più dati alle stampe. - In Firenze, M.DCC.XVIII. Nella stamperia di S.A.R., per Gio. Gaelano Tartini e Santi Franchi.

Reael répondit à cette lettre le 3 mars 1637 (ci-après pp. 260-261).

 

D'Arcetri, 15 Agosto 1636.

 

Avendo io risoluto di communicare a gl' Illustriss. e Potentiss. SS. Ordini Generali delle Confederate Provincie Belgiche la mia invenzione di pigliare la longitudine, punto tanto ricercato, tanto principale e tanto necessario per l'intera perfezione dell' arte nautica, mancava a questo mio desiderio l'aver persona di grande intelligenza ed esperienza nell' arte, d'animo e di mente sincera, e molto accreditata appresso i medesimi SS., che potesse porgere, ed anco in caso di bisogno proteggere, il mio trovato. La fama di V.S. Illustriss., che non resta ne i confini, benchè amplissimi, di coteste famose Provincie, mi parvenne al orecchie, fortificata da tali testimonianze della sua gran virtù e bontà, che mi ha dato animo di far capo al suo aiuto e favore per dare ingresso a questo mio negozio col quel decoro col quale a potentati tanto insigni ed eminenti si dee comparire avanti. Quella confidenza appresso la grazia di V.S. Illustriss. che non mi poteva esser data della bassezza dello stato mio, me la dà l'altezza della materia e della propostache io fo, la quale ben sa V.S. Illustriss. di quanto rilievo sia nell' arte magna ed ammirabile del poter con sicurezza scorrere il vasto Oceano. Ella sopra tutti gli altri l'intende, avendo con tanta sua gloria rette le numerose armate più d'una volta. A lei dunque invio la libera e chiara oblazione che fo a gli Illustriss. e Potentiss. SS. della mia invenzione; e gliele mando aperta, acciò prima d'ogni altro la vede ella stessa e la consideri, e trovandola non vana nè indegna di comparire avanti a i prudentissimi SS. la presenti in nome mio, e quando all' incontro il proprio affetto mi avesse ingannato, sia solamente gradita la mia buona volontà e soppressa la scrittura.

Io non voglio mancare di metter in considerazione a V.S. Illustriss., come cosa meglio da lei che da me intesa, e questo è che tutti i principi dell' arti grandi e nobili sono stati tenui e bassi, in guisa tale che se a quello che trovarono i primi inventori non fussero succeduti intelletti speculativi, che avessero coll' acutezza dell' ingegno compreso che sotto quei deboli principi si contenevano i fondamenti d'arti stupende, sarebbero tali arti, come si dice, morte in fasce, ed il mondo restato sempre in una rozza ed inculta inerzia ed ignoranza. Esempi di questo ce ne sono infiniti, cioè tanti quante sono l'arti nobili ed industriose. Se noi consideriamo le maraviglie di tanti e tanti strumenti musici, nel corso del tempo da gli uomini perfezionati, qual differenza cade tra questi e la prima testuggine di Mercurio o la siringa di Pane? Che diremo noi dell' arte del tessere, i cui principi furono intrecciare una stuoia? Ed ora in particolare i vostri Fiamminghi intessono istorie, delle quali più vaghe e belle non ne conducono i pennelli, senza mille e mille sorte di drappi contesti di seta e d'oro, opere de i nostri Fiorentini? Ma senza distendermi in altri esempi, fermiamoci nella sola arte del navigare, e paragoniamola non dirò all' artifizio di quel primo al quale cadde in pensiero di cavare un legno per traghettarsi oltre un piccolo stagno, ma alla celebre impresa degli Argonauti, la quale resta a' nostri tempi poco meno che puerile e ridicola, paragonata alle moderne navigazioni ed in particolare alle vostre, alle quali angusto spazio sembra, pel volo delle vostre vele, il volteggiar tutto l'Oceano.

Di qui voglio inferire che l'accortezza ed il giudizio di V.S. Illustriss. dee inanimire cotesti SS. in occasione di diffidenza della riuscita di questa impresa, la quale ricerca e

[p. 246]

+ si fonda sopra due parti: cioè sopra la prima e teorica invenzione, e poi sopra una lunga accurata ed indefessa pratica. Io scuopro a i Potentissimi SS. il primo fondamenta della speculazione, pel ritrovamento del quale è bastato l'ingegno d'un solo; ma non sono atto ad eseguire l'altra parte, non avendo io nè navi, nè comando sopra marinari, nè tempo nè forze da praticarla. Qui si ricerca l'autorità, la possanza e la resoluzione di gran potentato, del quale sopra tutti ho fatto elezione di cotesto. Cotesti Illustriss. e Potentiss. SS. possono mandare per tutte l'isole e continenti uomini che facciano le debite osservazioni, prima per emendare tutte le descrizioni geografiche, ed altri che in tanto attendano con patienza a fare studio per la composizione dell' effemeridi, ed altri a far pratica nell' adoperare il telescopio.

Ho dato con brevità questa mia prima oblazione ed informazione. Da questa potranno gl' Illustriss. SS. prendere risoluzione, col parere appresso di persone scienziate ed astronomi intelligenti, di quello che far vogliono in questa materia, che mi avranno, per quel breve tempo che può durare la vita mia, prontissimo a somministrare quello che potesse mancare per perfezionare la nobil impresa. Intanto V.S. Ill. gradisca la confidenza che ho presa dal suo favore, benchè in nessuna parte meritevole di quello; ma dove tal mio merito non ha luogo, supplisca la grandezza dell' impresa che propongo, ed appresso la sua benignità vagliami l'offerta e la dedicazione della mia servitù.

E con ogni debita reverenza le bacio le mani, e le prego il colmo di ogni felicità e maggior grandezza.

Galileo Galilei, à Arcetri, à Maarten van den Hove (Hortensius), à Amsterdam.
15 août 1636

Texte des pages 150-151 du t. III de l'edition de 1718, citée ci-dessus p. 245, qui est peut-être traduit du latin. Nous gardons la date sous laquelle cette édition reproduit la lettre. Lorsque Galilée écrit avoir envoyé à Louis Elzevir, alors à Venise, la copie de ses Discorsi, il se sert à peu près des mêmes termes que dans sa lettre à Diodati du 15 août 16361) et puisque le même Elzevir partit de Venise au milieu de septembre 1636, le texte présent est probablement de la même date du 15 août 1636. D'ailleurs la lettre est mentionnée bientôt après (ci-dessous p. 249) et c'était apparemment celle, à laquelle Hortensius dit, le 24 novembre 1636, de vouloir répondre (ci-dessous p. 254). Enfin une lettre de Galilée à Hortensius sur le sujet actuel, en date du 15 août 1636, est désignée par Diodati en 1656, plus d'une fois2).

Les derniers éditeurs de la lettre ont rejeté la date du 15 août 16363), en observant que Galilée considère son correspondant comme un de ceux qui devaient juger de son invention, tandis que la commission à ce sujet ne fut constituée que le 11s novembre 16364). Cependant on trouve des suppositions ou expressions analogues aussi dans quelques autres lettres (cf. ci-dessous pp. 248, 249 et 250); en effet Galilée et ses amis de Paris devaient trouver tout naturel que les Hollandais qui étaient leurs confidents dans cette affaire, en devraient juger ainsi à présent qu'au moment officiel.

 

Sono alcuni mesi5) che feci risoluzione di far dono della mia invenzione per trovare la longitudine a gli Illustriss. e Potentiss. SS. Ordini Generali delle Confederate Provincie Belgiche, conoscendo io loro esser più atti di tutti gli altri potentati a metterla in uso, come quelli che abbondano di navili e, quello che più importa, di uomini scienziati ed intelligenti di astronomia, colla relazione e consiglio de' quali possono esser animati ad abbracciare l'impresa come riuscibile, o a tralasciarla come vana. Io, dopo avere communi-

[p. 247]

+cato questo mio disegno col mio caro amico di Parigi1), intesi che ne venne sentore a V.S. Ill., la quale mi parve intendere che desse segno di qualche geloso ma lieve sdegno per non aver io fatto il primo ricorso a lei, che mi aveva dato segno di affezione e di stima delle cose mie2); e più, oltre a questo, intendo ch'ella si è alquanto doluto della mia dilazione in mandare il mio trovato, le quali sue querele non però mi sono state moleste, comprendendo io procedere dal desiderio che la mia riputazione e l'utile della sua patria non si andasse più lungamente differendo.

Io da queste amiche querelle e gradite accuse mi voglio purgare ed insieme sincerarmi appresso V.S., con farle sapere che della dilazione ne è stata causa, prima alcune mie gravi occupazioni, tra le quali una è il recopiare e mettere al netto i miei Dialoghi intorno al moto locale e sopra le resistenze de i solidi all' essere spezzati, materie ambedue novissime, li quali mi è convenuto allestire per farli consegnare in Venezia (siccome ho fatto) al Sig. Lodovico Elzevirio3) per istampargli4). Oltre a queste occupazioni, una assai lunga e non leggiera malattia mi ha tenuto oppresso. Ma che? Quello che è stato occulto tutti gli anni del mondo, ben poteva, Sig. Ortenzio mio, celarsi tre o quattro mesi ancora.

Quanto poi al far capo a V.S. prima che a tutti gli altri, sappia che io ne sono stato assai perplesso; e la cagione della mia perplessità è stata il non avere io notizia di nessuno di coteste regioni, pari o simile a lei in quelle cognizioni, che al poter dare sicure giudizio di queste materie se gli potesse comparare; onde io, come presago di quello che poi è accaduto, cioè che a V.S. dovesse in gran parte esser delegato il giudicare sopra la mia proposizione, vedendo che quando essa ne fusse stato il presentante, poteva diminuire il credito, con mio pregiudizio, appresso cotesti Illustrissimi e Potentissimi SS., ho avuto per ventura ch'ella sia restata in neutralità, onde il suo giudizio venga ricevuto come totalmente sincero.

Verrà dunque in mano di V.S. la mia scrittura, nella quale espongo a gl' Illustrissimi Ordini Ec. il mio trovato. A lei toccherà il darne giudizio, con approvarlo o riprovarlo, ed approvandolo (come spero), sopra gli omeri suoi dovrà esser imposto il carico di reggere per l'avvenire tutta la macchina di questo gran negozio; poichè ella si trova (per relazione fattami in voce da' suoi compatriotti) d'una prospera e sana gioventù, e di quello acutissimo ingegno del quale fa testimonianza quello che ho veduto dell' opere sue5); dove che io, per la gravissima età di settantacinque anni6), con sensi debilitati e memoria in gran parte perduta, non sono per vedere ridotta all'uso l'invenzione mia, ne per godere altro che quell' applauso il quale da cotesti sapientissimi e benignissimi SS. le fusse conceduto, in particolare sull' approvazione di V.S. La confidenza che ho nella sua equità, ed il non desiderare io più di quello che giuridicamente mi si perviene, non secondo il mio, ma secondo il parere d'altri, fa che io non spenderò parole per implorare il suo favore. Ella, come intelligentissima, so certo che comprenderà non essere al mondo altro mezzo per

[p. 248]

+ conseguire la notizia della longitudine, fuor che questi ammirandi accidenti delle stelle circumjoviali, nè altro esser l'uso che da essi accidenti possono ritrarre gli uomini, fuor che questo del soddisfare al gran bisogno di porgere l'ultimo aiuto dell' arte del navigare. Ella veda, maturamente consideri ed esamini, il tutto con quella libertà che a vero filosofo si conviene, referisca a gli Illustriss. SS. il suo parere, e non meno a me medesimo schiettamente promuova quelle difficultà e dubitazioni per le quali la mia proposizione le fusse renduta dubbia. E sopra tutto mi restituisca la sua grazia, mentre io con paterno affetto l'amo e reverisco1).

[31 augustus 1636]

Registre des membres de l'Eglise réformée à Middelbourg, 1622-1642. - Middelbourg, Archives de l'Eglise.

 

378 Avontmael gehouden den 31 Augusti 1636

.......................................

met attestatien van elders:

.......................................

Maeyken de Cerf2), Maeyken Melebrecht ende Jan Melebrecht, haere kinderen. By de salpetermaekers ontrent de Vlissingse poorte3). Van Cales, t(este) Becude.

Elia Diodati, à Paris, à Maarten van den Hove (Hortensius), à Amsterdam.
(23 septembre 1636)

Texte de la page 160 du t. III (1718) de l'édition citée plus haut p. 245.

Ce texte est publié avec le titre: ‘Lettera di Martino Ortensio’ et sans date. Or Diodati écrivit à Galilée, dans sa lettre bien datée du 23 septembre 1636: ‘io scriverò al Sig. Martino Ortensio ed al Sig. Realio, come vedrà dall'incluse copie’. Il résulte aussi du contenu de la lettre qu'elle fut addressée à Hortensius et qu'elle fit part de l'envoi de la proposition de Galilée de Paris en Hollande.

 

Tribus jam abhinc mensibus binas à te literas accepi4),...., sed cùm (quod maxime urgebas) a Domino Galileo, valetudine et varijs occupationibus praepedito, praeter praerogatam pollicitorum dilationem nihil haberem, ne inanibus verbis fidem a me tibi ejus nomine datam exsolvere velle viderer, responsum ad tuas literas tantisper sustinui, donec, re (cujus mihi spem identidem faciebat) ab illo praestitâ, plenè tibi satisfacere possem.

En ergo vobis, dico expectatus, optatissimus, longitudinis expiscandae modus, ab eo repertus, quem (ut rem sibi exploratam et probè perspectam) vestrae censurae, haud dubius de eventu, fidenter laetus subijcit5). Nam quae ad facilem et accuratum ejus pro navigantibus usum adhuc perficienda superesse ipse ingenuè agnoscit, cùm de rei veritate et inventi certitudine nihil quicquam detrahant, sed artis solertiae (cui nihil impervium) investigationi cedant, novissimae huic Linceae perspicacitati per vos peritissimos et acquissimos judices tenebras non offendent, nec inventoris gloriam minuent. Nobilissimum Dominum Realium, virtutis et gestorum celebritate illi notum, suas in absentiâ vices subiturum ad negocium promovendum sibi delegit, et ad eum de inventi sui ratione

[p. 249]

+ scriptum, Illustrissimis et Potentissimis Dominis Ordinibus Generalibus Foederataruma) Belgicarum Provinciaram offerendum, misit1): quod opportunè et sapienter ab illo cogitatum et prospectum, ex ejus ad te epistolâ, huic meae adnexâ2), comperies.

.......................................

De harum porro receptione, propter itinerum incerta, hoc Martis grassantis tempore3), suspensi haerebimus, donec de eâ per te certiores fiamus. Quare, in optimi praesertim nostri Senis gratiam, quam ocyssimè rescribe, ejusque negocium indesinenter capesse.

Vale.

Elia Diodati, à Paris, à Laurens Reael, à Amsterdam
(23 septembre 1636)

Texte de la page 161 du t. III (1718) de l'édition citée plus haut p. 245.

La date fait défaut, mais elle est apparemment la même que celle de la lettre précédente, dont on peut consulter les prélegomènes.

 

La fama delle virtù e delle desiderabili perfezioni di V.S. Illustriss per giudicare rettamente4) e fare degna stima di quanto merito sia l'invenzione per ritrovare le longitudini, proposta dal Sig. Galilei agl' Illustriss. SS. Stati Generali (non avendo in età tanto provetta potuto mettersi a si lungo e periculoso viaggio), l'ha invitato a ricorrere a V.S. per confidarle il suo segreto, e pregarla di farne la presentazione in nome suo a cotesti Illustriss. SS. <e>b) di rendersene protettore verso di loro per via dell' autorità e della fede, la quale con i segnalati servizi da lei resi allo Stato si è aquistata.

Spero che, trattandosi in questo negozio di procurare al pubblico, sotto i felici auspicî del supremo magistrato, un bene tanto bramato da tutti e tanto necessario a cotesti popoli, V.S. Illustriss. testificherà in questa occasione con pari prontezza il suo zelo al ben pubblico, come ha sempre fatto in tutte le passate, e che reputandosi ad onore di promuoverlo, generosamente abbraccerà verso l' Eccellenze Loro l'onore e la gloria dovutane all' autore, ponderando maturamente, e facendo valere colla sua prudenza e sagacità, le considerazioni da esso Sig. Galilei riferite circa al ridurre questa sua invenzione alla facilità dell' uso sopra al mare; essendo una cosa la quale, senza dubbio alcuno, coll' arte e coll' industria sarà perfezionata, la ricerca di essa non derogando in tanto nulla alla verità nè alla certezza del mezzo dal Sig. Galilei trovato e proposto.

Di che, come servitore antico di esso Sig. Galilei ed ammiratore della sua dottrina, ed essendo anco da lui stato onorato del primo indirizzo del suo segreto per mandarlo a V.S. Illustriss. sotto l'ombra del favore dell' Illustriss. Sig. Grozio, imbasciatore di Svezia, ho creduto dovere rallegrarmene con lei, giungendo anco i mei preghi con quelli dell' autore per entrare con esso a parte dell' obbligo che le averò per un tanto benefizio, offerendomele con ogni reverenza e sincerità d'animo.

[p. 250]
+

Hugo de Groot (Grotius), à Paris, à Laurens Reael, à Amsterdam.
(23 septembre 1636)

La Haye, Archives d'Etat., Acquisitions 1911, XXIII, no 2. - Copie manuscrite.

La date manque, mais la lettre semble expediée ensemble avec l'offerte de Galilée, datée du 15 août 1636, et reçue à Paris peu de jours auparavant. Cf. cependant la note au bas de cette page.

 

Myn Heer,

 

Wetende hoe grooten werck alle wyse luyden maecken van het overgroote verstant ende arbeyt van den Heer Galilaeo, daerby considererende hoeveel het menschelycke gheslacht daeraen ghelegen is, dat eenige seeckerheyt bekomen moge werden van de distantie der plaetsen ten aensien van de deelen van den Equinoctiael, ben seer blyde gheweest uyt de Heer Diodati1), myn oude bekende, te verstaen, dat dien treffelycken man in de volheyt van syne ervarentheyt daermede besich was. Hebbe oock gheoordeelt, dat gheene natie in de werelt aen dese vindinge sooveel ghelegen was als de vrye Nederlanden, ende in deselve vooral de meest beseylende stat Amsterdam. Ende om daerby yemant te treffen, die de kennisse mochte hebben om van dit werck te oordeelen ende t'selve met authoriteyt te bevorderen, heb ick niet lang myn gedachten hyer ende daer gheslagen, maer datelyck gheoordeelt, dat alle de qualiteyten, hierinne vereyscht, in niemant uytnemender en waren als in Uwe Ed.t. Dese week volgens mynen raedt, door de Heer Diodati ghenomen synde, is sooveel gheluckt, dat door Uwe Ed.t 's wys beleyt by de Hooge Mogende Heeren de Staten Generael seer bequaeme commissarissen syn over dit stuck gheordonneert2).

De swacheyt vant lichaem de Heer Galilaeo over een tyt wat verhindert hebbende hebben wy beyde, d' Heer Diodati ende ick, ghestadich aenghehouden by denselven Galilaeo om syn voorslach by gheschrift te hebben, alsoo syne ouderdom hem het overkomen nyet toe en laet. Met vele vermaninge hebben wy hetselve bekomen, sulx dat het nu den Uwe Ed.t wert overghesonden3). Tis waer, ten heeft noch syne volkomenheyt nyet, om alle de vruchten, die men soude mogen wenschen ende hoopen, voort te brengen, maer hy wyst de wech aen, waerdoor andere, jonger ende stercker, daerby konnen doen t' gunt daeraen ontbreekt, synde oock bereyt sooveel in syne macht is, de saecken te helpen vorderen ende te arbeyden tot wechneminge van alle beletselen. Die de groote consten eerst hare beginselen hebben gegeven syn eer ende danck waert. Den heelen boom is in het saet, hoewel tyt moet hebben om te wassen.

Ick bidde Uwe Ed.t twee dingen te willen doen: te maecken, dat dese eerste opening wel werde aengenomen ende voorts te bevlytigen dat hetgene daeraen ontbreekt daerby mach werden ghevoecht door bequaeme personen, totdat men eyntelyck bereycke het voorghestelde oogemerck, waerin ick my ten hoogsten sal verheugen vanwege myne goede affectie tot het menschelyck gheslacht, noch naerder aen de Nederlanden ende noch naerder aen de stat Amsterdam, aen dewelcke ende aen hare wytberoemde Regierders ende aen ontallycke vrienden aldaer ick my ten hoogsten houde gheobligeert, wenschende haer allen ende insonderheyt Mynheer Uwe Ed.t, voorspoet ende welvaren.

U.E. oprecht dienaer,

[p. 251]
+

Hugo de Groot (Grotius), à Paris, à Galileo Galilei, à Arcetri.
(septembre 1636)

Florence, Bibl. naz., mss Galileiani, Parte I, t. XV, fol. 18; autographe. La lettre a été publiée à la page 266 du recueil cité plus haut p. 235.

La date manque, mais l'imprimé se trouve parmi des lettres de la date indiquée ci-dessus et cette place semble bien exacte.

 

Cognationem nobis esse cum caelo ex tuis maxime operibus didici, Vir sapientissime, omnem humanum conatum superantibus, quibusque effectum est ut reque Veterum scripta desideremus, neque metuamus ne illa posteritas de hoc saeculo triumphet. Nolo id mihi gloriae sumere, ut me inter discipulos tuos fuisse dicam; magni enim est ingenii ista, vel te praeeunte, assequi: inter admiratores si me dixero semper fuisse, nihil mentiar; felicem verò me, si qua tuis partubus, in immortalitatis lucem exeuntibus, obstetricari possim. Quae causa est cur, ubi ex amicorum optimo Adeodato1) intellexissem, te post tot exquisitissima studia etiam ad illam tam diu, tam frustra, quaesitam longitudinis depraehensionem adjecisse vim perspicacissimae mentis, non ignarus quantum in eo momentum navigantibus versaretur, Batavis, et maris et maris domitorum domitoribus, praecipuè sacrandum hoc repertum, cunctas humani generis utilitates post se relicturum, judicarem. Viam monstravi quam ineundam censerem, cui spero successum adfore dignum tanti operis merito, paratus in id conferre quicquid aut meae aut amicorum est opis. Veneror te, qui, ista aetate, tam ingratos expertus animos, adversus utrunque invictus, et haec et alia plurima ac maxima suscipere pergas. Uta verò non senectus dicenda est, sed vitae perfectio, et de omnibus fortunae injuriis gloriosissima victoria:

Hinc ego sublimi quaesitum mente triumphum
Ducere maluerim, quàm ter Capitolia curru
Scandere Pompeji, quàm frangere colla Jugurthae2).

Valetudinem tibi opto prosperrimam; quod cùm facio, humani generis negotium gero.

 

Tuorum meritorum maximorum

non ingratus aestimator

H. Grotius

 

(adresse:)

Sapientissimo Viro

D. Galilaeo Galilaei.

 

Une lettre de Petrus Serrarius3), à Amsterdam, à Justinus van Assche à Middelbourg4), datée du 26 septembre 1636 et conservée à Amsterdam, Bibl. de l'Eglise rémontrante (Bibl. de l'Université), porte à la fin:

 

Saluta, precor, omnes amicos Dos Beeckman5), Citers6) etc.

 

Registre des membres de l'Egise reformée à Flessingue, 1613-1654, fol. CLXIverso. - Flessingue, Archives de l'Eglise.

 

Namen dergener die soo met attestatie als belydenisse aengecomen syn den 30 september ende de naervolgende dagen 1636.

.......................................

+Abrahamus Beeckman, Rector, met attestatie van Gorinchem7).

[p. 252]
+

Registre d'Orphelinage (‘Weesboeck’) de Middelbourg, 1634-1637, acte no 6670. - Middelbourg, Archives municipales.

 

Jacob Beeckman1) twee weesen, daer moeder aff is Janneke van Ryckegem2).

Janneke van Ryckegem als moeder, Isaack Beeckman, oom van de vaderlyke zyde, ende Hans Willaerts3), behoutoom van deselve zyde, hebben tsamen aengenomen de voochdye van de weesen4) ende den behoorlycken eedt daertoe staende gedaen.

Actum ter presentie van d'Heeren Jeronimus Willems Asschman, Dirick Nuyts ende Mr Pieter Rosebeke, weesmeesters; op den eersten October XVIJc XXXVI5).

 

Registre d'orphelinage (‘Weesboeck’) de Middelbourg, 1627-1630, acte no 6003. - Meddelbourg, Archives municipales

 

Après l'acte reproduit plus haut p. 237 on lit encore:

 

Op den IIJ October XVIc XXXVI zyn gecompareert ter weescamer Louwys Vergrue, Pieter de Somer ende D. Isaack Beeckman, voochden van de overgeblevene weese, met namen Jaecques, ende hebben verclaert overeengecomen ende veraccordeert te wesen met doctor Justinus van Assche, naergelatene weduwenaer van de voorseyde weeses moeder over desselffs weeses moederlycke erffelycke ende haeffelycke successy, mitsgaders over de successy van de voorseyde weeses suster, met namen Mary, deses weerelt overleden6), in mannieren als volcht..............................7)

Nicolaes van Reigersberch8), à La Haye, à Hugo de Groot, à Paris.
10 november 1636

Amsterdam, Bibl. de l'Eglise rémontrante, actuellement déposée à la Bibliothéque de l'Université.

 

.... Den generael Reael9) sal, op UEd. recommandatie, dese weecke de brieven van Galilaei in de Generaliteyt naer behoorlycke praeparatie overleveren ende alles tot synen

[p. 253]

+ besten, sooveel mogelyck dirigeren; daerover hebben wy desen dach gesamentlyck gecommuniceert....

[11 november 1636]

Résolutions des Etats-Généraux des Provinces-Unies. - La Haye, Archives d'Etat.

 

Martis den 11 November 1636

 

Is in de vergaderinge gecompareert de Heer Laurens Reael, hier bevorens Generael Oversten in d'Oost Indien van desen Staedt ende jegenwoordich schepen ende Raedt der stede Amsterdam.

Ende naedat hy versocht is geweest hem te decken ende neder te sitten, heeft aen Haer Hooch Mogenden, met de complimenten hiertoe dienende, overgelevert seeckere remonstrantie in forme van een brieff, uyt den naem ende vanweegen Galileus Galilei, groot mathematicus ende astrologus in dienst van den Heer Hertoch van Toscane, ende heeft hierneffens gevoucht een translaet van de voorschreven remonstrantie uyt het Italiaens in de Nederlantsche tale1), bestaende de voorschreven remonstrantie principalick hierin, dat de voornoemde Galileus Galilei in een vrywillige gifte opoffert aen Haer Hooch Mogende seecker groot werck, synde een beginsel om tot volmaektheyt te brengen seecker middel omme te cunnen weeten, als het tot perfectie sal syn gebracht, soowel de lengte als de breete op de groote vaert ende zeecloot, ende dat soowel te water als te landt.

Waerop gedelibereert wesende, is goetgevonden ende verstaen den voornoemden Heer Reael over syne genomene moeyte midts desen te bedancken ende hierneffens begeert, dat hy aen den meergenoemden Galileus Galilei wille rescriberen dat Haer Hooch Mogenden de voorschreven aenbiedinge ende offerte ten hoochsten aengenaem is ende dat deselve het voorschreven werck sullen laten examineren, ende bevonden werdende dat hetselve in perfectie gebracht wesende, daerdoor de voorseyde kennisse der voorschreven lengte ende breete can werden becoomen, sullen Haer Hooch Mogenden jegens hem, Galileus Galilei, sulcx danckbaerlick erkennen. Ende werden tot d'examinatie van het meergenoemde werck midts desen versocht ende gecommitteert de meergenoemde Heer Reael selfs, ende met ende neffens hem Hortensius ende Blauw2), woonende tot Amsterdam, ende sal de Professor Gool het voorschreven werck dienstich bevonden werdende, cunnen worden bygevoucht3).

Constantin huygens, à La Haye, à Caspar van Baerle (Barlaeus)4), à Amsterdam.
15 novembre 1636

Amsterdam, Bibl., de l'Université; autographe. - La Haye, Bibl. royale, coll. Huygens, vol. XLIV; minute.

 

.... Facit huc Epigramma, quod in capite invenies nonnullorum, quae his addidi ejusdem farinae. Si inspicere singula dignaberis, in castris vel itinere omnia momento nata, excepto

[p. 254]

+ uno, quo Realium alloquor1), eximium, ut nosti, virum, qui nunc ingentis rei, et suâ curâ dignae, procurationem obit. In illo et caeteris, futilis venae meae genium agnosces....

Maarten van den Hove (Hortensius), à Amsterdam, à Elia Diodati, à Paris.
24 novembre 1636

Texte de la page 163 du t. III (1718) de l'édition citée plus haut p. 245.

 

Amsterdam, 24 Novembris 1636

 

Inventum praestantissimi viri D. Galilei Illustriss. Ordines grato animo et cum summo offerentis honore excepere, postquam Nobilissimus Realius literas id rei continentes ijs obtulit; quod continuo rescribendum putavi, ut expectationis vestrae taedium, quantum in me est, levare possem, et de eventu quocumque vos certiores reddere. Illustrissimorum Ordinum responsum, italicè conscriptum et a scribâ Illustrissimorum Ordinum subsignatum2). Nob. Realius ad D. Galileum propediem daturus est, ad te missurus, ex quo omnia quae gesta sunt, tibi perspecta erunt3). Interim illud scias, gratissimum Illustriss. Ordinibus fuisse Nobilissimi Galilei munus, idque eò magis quòd a tanto viro, cujus famam et existimationem non nesciunt esse maximam, primis ipsis inter tot Europae principes offeratur. Praeterea, ut tanto citiùs et commodiùs res ista promoveretur, ipsum D. Realium rogarunt ut examini inventi interesset, imò praesset, juxta delegatos me et Blauvium4) nostrum et, si opus videretur, Clarissimum Golium, professorem Leidensem. Quod ad me attinet, dudum antehac suspicatus fui, et Domino Beckmanno5), et Blauvio indicavi, non esse aliam Domino Galileo viam inveniendarum longitudinum quàm per Ioviales; et ecce divinationi meae respondit eventus6). Rogo autem te, ut apud ipsum me excuses quòd jam nullas per te dem ad illum literas. Decrevi istud agere, ubi Nob. Realius, qui cras denuò Hagam cogitat, redierit, et ad Illustrissimum Grotium scripturus est missurusque resolutionis Illustrissimorum Ordinum apographum italicum7).

....................................

Quas hîc difficultates habeam, jam non dico, et datâ occasione ad Nob. Galileum perscribam8).

[p. 255]
+

Hugo de Groot (Grotius), à Paris, à Maarten van den Hove (Hortensius), à Amsterdam
12 décembre 1636.

Texte de la page 287a du recueil cité ci-dessus p. 235.

 

Vir praestantissime,

 

Ita de me merita est civitas Amstelodamensis, ut, quicquid possim, id semper adjuvanda ejus commoda promovendamque ejus gloriam promptissimo animo sim collaturus. Quare cùm ad notitiam meam pervenisset viri in sublimibus studijs egregij Galilaei cogitatio ad deprehendendos locorum terrâ marique ad coeli partes respectûs, statim dixi honorem dedicandi laboris hujus ad Ordines Foederatos, qui pridem omnia ingenia ad hujus rei inquisitionem invitarant, jure optimo pertinere. Vtendum autem commendatione ejus civitatis, cujus talia sciri plurimum interest; in eâ civitate, imò in omni Foederatorum imperio, neminem esse qui meritis, auctoritate, rerum etiam istarum rectâ dijudicatione, par sit Nobilissimo D. Realio, Quare per eum parandos aditûs sapientiae, audientiam sibi postulanti. Secutus est, me auctore, annitente D. Elia Deodato, Galilaeus hoc consilium, quod ipsius D. Realij, tuâque et amicorum aliorum prudentiâ, eousque perductum, est feliciter, quoad usque negotij status patitur. Quod restat, id à Galilaei primùm perspicaciâ, deinde à Foederatorum Ordinum magnanimitate, expectabimus. Valde autem laetatus sum, quod hujus rei notio ipsi D. Realio, tibique et Blavio nostro, omnibus et amicis meis et ad eam rem necessaria quae sunt omnia aliunde superque habentibus, delegata est. Digni enim estis quos Respublica triumviros sacris naturae aperiendis demerendoque humano generi faciat. Legi cum voluptate decretum, dignum tantae rei majestate; nihilque magis opto, quàm ut pulcherrimae molitionis fructum gustare aetas nostra incipiat, incrementa haud dubio cum posteritate sumpturum. Tibi verò, Vir eruditissime, primùm quod publicis bonis tam sedulo invigilas gratiam pro meâ parte habeo, deinde et privatim, quod amicitiam eam, quam nobis injungit urbis natalis1) consortium, studiorumque in te profectus, in me reverentia, cùm aliter datum hactenus non sit, per mentis interpretes literas tam benignè foves.

Vale, Vir mihi semper future maximi.

 

Lutetiae, 12 Decembris 1636.

[1637]

Maarten van den Hove (Hortensius), à Amsterdam, à Jean-Baptiste Morin, à Paris.
(4 janvier 1637?)

Texte emprunté à la lettre du 27 avril 1637 (ci-après p. 273).

Morin, ayant appris de Mersenne ce que Beeckman avait écrit à ce dernier sur l'offre de Galilée aux Etats-Généraux, (cf. ci-dessus p. 253, n. 3), demanda des renseignements ultérieurs a Hortensius qui répondit:

 

.... Galilaeus inventum suum nondum exhibuit, sed tantùm ad Illustrissimos Ordines scripsit se per motus Jovialium, beneficio telescopij observatos, longitudines locorum velle inquirere. Ubi requisita omnia nobis transmiserit, ad coelum probabimus, et, si bona sint, totam inventionem faciemus publici juris....2).

[p. 256]
+

Maarten van den Hove (Hortensius), à Amsterdam, à Galileo Galilei, à Arcetri.
26 Janvier 1637

Texte des pages 164-166 du t. III (1718) de l'édition citée plus haut p. 245.

 

Non credes, Vir nobilissime atque amicissime, quàm grata fuerit Illustrissimis Ordinibus nostris oblatio inventi tui circa longitudines locorum1), quam per nobilissimum Realium non ita dudum fieri voluisti, quando et literis tuis2), omni humanitate et benevolentiâ plenis, ad tantae rei promotionem me excitasti. Responsum obtinuimus votis nostris undique congruum, cujus summam jam ad Illustrem Grotium transmisi3), nec dubito quin per Dominum Deodatum ejus sis factus compos; quod tamen etiam se confirmaturum promisit modo dictus Realius, ubi Italico sermone conceptum, datâ occasione, denuo manu Secretarij Illustrissimorum Ordinum4) fuerit subsignatum.

Ut autem interim non ignores quid in consessu Illustrissimorum Ordinum decretum sit, sic habe:

Intellectâ propositione tuâ, gratias non tantùm egere Nobilissimo Realio, verùm ut etiam is Dominationi Vestrae ipsorum nomine quàm maximas ageret, petierunt, factâ promissione, si inventum judicetur praxi reperiendarum longitudinum idoneum, non uno modo Dominationem Vestram ulteriorem ipsorum gratitudinem laborumque compensationem experturam. Hinc, ad examen inventi tui et totius negotij promotionem, commendarunt nobis tribus, scilicet Nob. Realioa), Ortensio, Blauvio5), ut, postquam Nobilissima Dominatio Vestra omnia quae penes se habet requisita exhibuerit, non modo ea expendamus, verùm etiam ad praxin revocemus, primique viam ac modum eruditis ostendamus longitudines locorum per orbem terrarum passim emendandi.

Haec sunt quae in causâ Dominationis Vestrae coram Illustrissimis Ordinibus peregimus; quae si grata habeas, superest ut necessaria media nobis procures, quae ad inchoandum hoc opus scribebas penes te jam parata adesse, aut adhuc mansisse excogitanda, quae nos quoque admodum avidè jam dudum expectamus. Sed fortasse curiosa est Nob. Dom. V. sciendi, quid hac de re nos sentiamus, et an non aliqua dubia nobis inter quotidianos penè sermones inciderint. De ijs igitur aliquid dicam, quod Dominationi Vestrae dabo secum expendendum.

Post crebras inter nos in utramque partem disputationes, visum est Nob. Realiob) et Blauvio, inventum Dominationis V. ob summam quietem quae requiritur inter observandum, in mari non posse revocari ad praxin. Ego verò pro Dominatione Vestra contendebam sufficere si jam nunc in terrâ ad usum revocari possit, quippe hinc insulas, portûs omnes, quoad meridianorum distantias, posse rectificari; reliqua commendanda esse industriae humanae, quae vel magis ardua tum invenit, tum superavit; cui meae sententiae postmodum et ipsi acquieverunt.

[p. 257]
+

Hinc de telescopio agere coepimus, comperimusque nulla in Batavia hodie, quae tantam praecisionem polliceri queant quanta ad eas observationes requiritur; solent enim etiam optima discuma) Jovis hirsutum offere et malè terminatum, unde Joviales in ejus viciniâ non rectè conspiciuntur. Atqui novit Dominatio Vestra requiri in primis tam Jovialium quam Jovis discos benè terminatos, ut conjunctiones et emersiones intra unum temporis minutum rite observentur. Quod etsi a telescopio Dominationis Vestrae haud dubitaremus praestari, non tamen vidimus quomodo in Hollandiâ tam exquisita possemus nancisci, quandoquidem omnes artifices rudes experimur et dioptricae quàm maximè ignaros1). Itaque rogandum censuimus Dominationem Vestram, annon aliquod auxilium nostris artificibus praestare queat, ut telescopium ad majorem perfectionem reducatur2), quamquam ego, pro meâ parte, nunquam hîc desperaverim, sed viam noverim ad talem perfectionis gradum, qui instituto inveniendarum longitudinum sufficiat, telescopium feliciter perducendi3).

Circa motum Jovialium visum nobis fuit, ephemerides requiri tam exactas, ut saltem in annum unum phaenomena praedici queant; theorias item tam firmas, ut sufficiant per omnia zodiaci loca. Responsum ergo à Nobilissimâ Dominatione Vestrâ petimus, ut quanta motuum notitia jam penes Dominationem Vestram sit agnoscamus4), et simul ulteriores observationes instituamus, phaenomena per calculum indicata continuò cum coelo conferentes. Quem in finem speramus Amplissimos Consules Amstelodamenses observatorium nobis idoneum cum instrumentis procuraturos5). Et sanè non parùm huic negotio Dominatio Vestra prodesse posset, si ad ipsos Amstelodamenses Consules scriberet, peteretque ut talem observandi commoditatem mihi largiantur, quandoquidem inventiob) Dominationis Vestrae nullis mortalium tanto erit usui et emolumento quàm Amstelodamensibus. Hoc ego Nobilissimae Dominationi Vestrae latiùs perpendendum relinquo. Quod si non censeat Dominatio Vestra id sibi fore commodum, quaeso ad Illustrissimos Ordines iteratò scribat, ut totum negotium meis humeris imponant, adjungantque media necessaria, puta observatorium et instrumenta: per illos id facillimè a Dominis Amstelodamensibus poterit impetrari6).

Ego autem, Nob. Galilee, sub fide boni viri et conscientiae integritate tibi spondeo, nihil me de tuis inventis mihi arrogaturum, sed gloriam omnem tibi relicturum, solum autem inventi tui usum promoturum in commodum genesis humani et patriae meae; hoc tantummodo in praemium laborum postulans, ut per te D. Ordines intelligant me eum esse, quem tu dignum isto honore judicasti, et ut simul occasionem nanciscar per congrua instrumenta astronomiam etiam in alijs partibus promovendi, cui rei hactenus omnia penè studia mea impendi.

Sed ne nimium extra oleas vager, redeo ad propositum.

Circa horologium quod Nob. Dominatio Vestra promittit, nobis visum fuit non posse

[p. 258]

+ dari meliorem inventionem in toto orbe terrarum, si tam constans sit ut narrat Dominatio Vestra, et ubique locorum, tam in mari quàm in terrâ, tam hieme quàm aestate, expeditum ac certum praebeat usum. Tale enim horologium in observatione motuum caelestium tantum habet usum, ut nulla humana inventio in alijs rebus habeat majorem. Quocirca et hujus structuram admodum desideramus novisse, ut in praxi observationum usum nobis praestet percommodum1).

Tuum ergo erit, Nobilissime Galilee, quàm primùm inventa tua ad nos transmittere, ut, dum adhuc in vivis es, ipse videas jam ad praxim ista revocari. Tantum enim jam apud Illustrissimos Ordines actum est in tuâ causâ quàm agi potuit, et scripsisset dudum ad Dominationem Vestram Nob. Realius, si non impeditus fuisset infinitis ferè negotijs; quod si tamen ejus responsum desideres, urgebo ut quàm primum respondeat simulque exemplar decreti Illustrissimorum Ordinum italicum ad te mittat, quamquam nihil inde aliud quàm ex apographo, a me jam ad Illustrissimum Grotium misso, poteris intelligere2).

Adventante vere tendet in Italiam Borelius noster, hujus civitatis Syndicus, ad Serenissimam Venetorum Rempublicam legatus3). Iste vir magnus quoque istarum rerum fautor est, et per ipsius fortè in Italiam adventum ampliùs experieris quàm grata fuerit Illustrissimis Ordinibus nostris tua oblatio. Sed interim, quantum te orare possum, Nobilissime Galilee, matura observationum et tabularum tuarum nobiscum communicationem, ut, quia in tam incerto aetatis statu versaris, nos, si quid tibi humanitus accidat, tam utili ac nobili invento minimè frustremur. Praemium laborum tuorum admodum illustre ne dubita quin habiturus sis, modo ullâ ratione judicare queamus inventum esse praxi idoneum, vel in solâ terra. Judicium verò nostrum non aliud crede fore quàm sincerissimum et omni livore ac malignitate prorsus vacuum.

Haec ferè sunt quae circa hoc negotium Nob. Dominationi V. habebam rescribenda. Quae si tardiùs putes prodire quàm expectaveras, velim existimes non culpâ meâ id factum, sed quia detentus spe responsi Nob. Realij, qui tamen ob impedimenta summa hactenus nequivit respondere, quod et emendaturum se promisit.

Interim Deum Optimum Maximum rogo ut Dominationem V. diu adhuc incolumem servet et in publicum bonum prosperâ patiatur fruia) valetudine.

Vale4).

Maarten van den Hove (Hortensius), à Amsterdam, à Elia Diodati, à Paris.
1 Février 1637

Texte de la page 427 du t. III (1718) de l'édition citée plus haut p. 245.

La date fait défaut, mais elle résulte des lettres du 16 mars et du 27 avril 1637.

 

Vir amicissime,

 

Bonum factum, quòd apographum Decreti Illustrissimorum Ordinum super

[p. 259]

+ causam celeberrimi Galilei1) continuò ad ipsum Galileum miseris. Dominus Realius ob infinitas occupationes nondum ei respondere potuit2); sed non est quod Dominus Galileus ideò conctetur inventum suum in medium depromere, quippe in cujus caussâ tantum actum est hactenus, quantum agi potuit; qui per Dominum Realium tantummodo meorum dictorum recepturus est confirmationem. Ut autem tempus diutiùs non trahatur, jam et sententiam nostram, et quid ei porrò censeam faciendum, latè scribo3). Tu quaeso, fac ut literae quàm rectissimè curentur. Si hoc Domini Galilei inventum procedat, profectò spe suâ et conatibus egregiè excidet vester Morinus, qui hactenus ex Lunae motu locorum longitudinem irrito labore, me judice, eruere tentavit; et tamen ille suis litteris me rogare non cessat, ut pro istâ inventione praemium ipsi ab Illustrissimis Ordinibus exigam4); quâ in parte nunquam a me impetrabit, ut honorem meum pericliter. Nuper petijt, ut ipsi indicarem quale esset inventum Domini Galilei. Indicavi5). Quid de eo judicet, poteris facile expiscari. Non egissem aliud, nisi Beecmannus noster id jam antè communicasset Mersenno6).

Vale, mi optime Deodate, et negotium hoc nobilissimum, quantum potes, promove.

Jean-Baptiste Morin, à Paris, à Maarten van den Hove (Hortensius), à Amsterdam.
(février ou mars 1637)

Texte emprunté à la lettre du 27 avril 1637 (ci-après p. 273).

 

.... Pergratum mihi fecisti quòd me de Galilaei inventione certum reddideris7); peropto ut illi quàm mihi longitudinum praxis succedat feliciùs, ipseque Joviales satellites super Terrâ marique facile observabiles praestet, ac illorum tabulas ad eam perducat praecisionem vir ille inter mathematicos celeberrimus, ut saltem singulis diebus errores ad plures gradûs integros observando non deprehendantur, quod contingebat Dd. de Peiresc8) et Gauterio9), Priori Vallettae, dum anno 1607 in tabulis similibus condendis meâ operâ utebantur pro calculo, unde a proposito desistere coacti fuere10)....

[p. 260]
+

Laurens Reael, à Amsterdam, à Galileo Galilei, à Arcetri
3 mars 1637

Texte des pages 166-167 du t. III (1718) de l'édition citée plus haut p. 245.

 

Amsterdam, li 3 Marzo 1637

 

Non mi è mai bastato l'animo di sperare una felicità tanto grande, che di poter fare alcun servizio e cosa grata a V.S. Illustriss., persona da me sempre stata tanto stimata e pregiata, quanto il suo divino ingegno, accurato giudicio ed ingenui concetti, appresso tutto il mondo meritano.

Ho ricevuto la sua dalla villa d'Arcetri in data de' 15 Agosto 16361), accompagnata da quella stupenda invenzione per poter, con l'aiuto di Giove e delle Stelle Medicee, suoi satelliti, aver ogni notte accidenti diversi, e tali che ciascheduno sarebbe non meno accomodato anzi molto più, che se fussero tanti eclissi lunari, per l'invenzione della longitudine, della quale a V.S. Illustriss. è piaciuto per la mia mano fare offerta in libero dono a gli Illustriss. e Potentissimi Ordini Generali delle nostre unite Repubbliche.

Lasciando dunque di puntualmente rispondere a quella di V.S. Illustrissima, e principalmente all'encomio tanto grande che a lei della mia bassezza è piaciuto fare, dirò solamente che io l'assicuro che avrebbe forse potuto trovare più dotto e atto a questo negozio, ma più affezionato, zeloso e ardente di me nessuno.

Avendo dunque fatta una traslazione della sua relazione nella nostra vernacula lingua, me ne sono presentato avenu questi Potentissimi SS. con questo suo da me tanto stimato dono; il quale ton gran maraviglia prima, e poi con maggior affettoe benevolenza, da loro fu ricevuto, come la Signoria V. Illustriss. ha potuto vedere per la copia della risoluzione presa sopra questa sua nobile offerta, inviatale pel Sig. Martino Ortensio2), professore mattematico del nostro Ill. Ginnasio, al quale incontinente io feci instanza di rescrivere a V.S. Illustriss. tutto il negoziato3). In questa resoluzione mi trovai aggiunto all' esamine di questa difficile impresa, non altrimenti che se a me anco restasse qualche scienza o arte, ad un' opera di tanta erudizione, speculazione ed osservazione senza fine richiesta. Questo solo ardirò attribuirmi, di poter giudicare degli strumenti atti per locare l'osservatore nella nave in modo che stesse come immobile; il che noi altri fino adesso non abbiamo potuto trovare se non con una cosa pensile, la quale nientedimeno in questo negozio non potrà soddisfare, avendo il navilio non solamente il suo moto dalla prua alla poppa, ma anco, per l'impulsioni de i golfi, di lato in lato. Ma sopra questa aspetteremo quel che la Signoria V. Illustriss. col suo divino giudicio potra aver pensato e trovato4).

Il Sig. Ortensio, avendo comminciato a scrivere a V.S. Illustriss. intorno ad alcuni dubbi a difficultà previste5) (sopra le quali aspettiano risposta), ha preso questo negozio alle sue spalle, di con essa lei corrispondere; al quale la prego di voler liberamente comminicare quel che a lei ed a lui potrebbe parer esser necessario e richiesto. Quanto a me, io procurerò in ogni modo che questa sua invenzione, colla reputazione a V.S. Illustriss. dovuta, sia trattata ed esaminata. Ho fatto anco la traslazione italiana della risoluzione degli Illustriss. e Potentissimi Ordini Generali sopra questa vostra singolar offerta, la

[p. 261]

+ quale pel Clariss. ed Illustriss. Sig. Cornelio Musch, di questi Potentissimi Stati degno Grafiario1), parimente alle vostre incomparabili scienze e candida virtù inclinatissimo, farò autenticare. E come a questo fine me ne trasporterò all' Aja, così prego la Signoria V. Illustriss. con un poco di pazienza aspettarla colle mie al suo tempo2), ed in tanto non lasciar di communicare col Sig. Ortensio tutto quello che potrebbe aver preparato per perfezionare un' impresa, al ben comune tanto utile ed importante.

E con questo umilmente le bacio le mani.

Elia Diodati, à Paris, à Maarten van den Hove (Hortensius), à Amsterdam.
13 mars 1637

Texte des pages 427-423 du t. III (1718) de l'édition citée plus haut p. 245.

 

Parigi, 13 Marzo 1637

 

Unde, Vir Clarissime, altum tibi nunc silentium, qui nuper ad expergiscendum Dominum Galilaeum tam anxiè me urgebas?3). Satisfecit is (quâ est ingenuitate) pollicitis; tuque ejus propositionem ab Illustrissimis Ordinibus gratanter et cum honore exceptam per literas quatuor jam abhinc mensibus mihi nunciasti4), paratumque, mox sequuturum, Illustrissimorum Dominorum ad eum responsum, Nobilissimo Realio mandatum esse; cujus, tuâ fide, optimo seni spe a me factâ, ejus adventu hactenus frustratum me, nec ad tot meas tibi ab eo tempore scriptas literas ullas à te accepisse, non possum non mirari. Cùm longa haec mora auctoris et negocij dignitati ejusque in cujus sinu inventum hoc primum conditum est, quoque suasore et per quem ab auctore Illustrissimis vestris Dominis prae alijs omnibus proditum est, dignissimo merito, nullatenus respondeat, quum eum praesertim in hoc negocio quasi vicarium sibi auctor delegerit, illi, ad expeditiorem ejus tractationem propter nimis longè dissitam absentiam, ulterioribus suae propositionis illustrationibus, ad solvendas et enonandas difficultates emergentes, postmodum adhuc creditis. Quare quid caussae subsit, à te scire expecto.

Vale.

Invigila, quaeso, impressioni opens Domini Galilei de Motu, ab Elzevirio susceptae de quâ nuper ad te scripsi5).

Elia Diodati, à Paris, à Maarten van den Hove (Hortensius), à Amsterdam.
16 Mars 1637

Texte des pages 428-420 du t. III (1718) de l'édition citée plus haut p. 245.

 

Parigi, 16 marzo 1637.

 

Heri demum, Vir Clarissime, tuam epistolam prid. Cal. Februarij scriptam6) accepi; ad quam majori otio, quam nunc mihi suppetat, deinceps responsurus, hujus solum in praesentia te monitum volui, aegerrimè me ex eâ percepisse, Domini

[p. 262]

+ Galilei inventum (quod is, velut arcanum nemini propalandum, Illustriss. Dominis Ordinibus dicaverat, quodque ab illis vestrae fidei commissum erat) a te et a Beecmanno, Morino et Mersenno indicatum fuisse. Quo enim jure quove fine id feceritis, non video; in spem quippe silentij vobis creditum, citra Dominorum scitum, Illustrissimorum, inquam, Ordinum, et auctoris (cujus quàm maximè celatum asservari intererat, nondum praesertim a vobis relato negocio, nec debito honorario ejus auctori adhuc dum decreto), a vobis revelari non debuit; speciatim verò Morino (quem eidem negocio operam frustra navasse sciebatis)1) ut a rivali cavendum vobis fuit, necnon a Mersenno, cujus nimia curiositas vobis debuit esse suspecta. Quare utrumque vestrum etiam atque etiam rogo, ne cum illis alijsque hac de re in posterum ulteriùs agatis.

Pessimè interim me habet, negocium hoc pro eo quanti maximi pendet momento a vobis non satis perpensum, praecipiti hoc et nimis incauto lapsu paulò minùs quàm funditus pessundatum esse, nec, pro incomparabilis auctoris ejus dignitate, honorificae ejus receptionis debitaeque pro tanto oblato munere gratitudinis (velut par erat et spem ipse feceras), quinque et plus abhinc mensibus, ullum vel minimum hactenus signum extitisse; quae inexpectata neglectio, generosae Illustrissimorum vestrorum Dominorum magnanimitati penitus absona, fiduciam haud dubie, et quidem meritò, quam de illis, me sponsore, vir nobilis altum animo conceperat, illi vel invito radicitus avellet; ita ut auxiliorum, quae ab eo post expiscatum inventum ad expeditum ejus usum instanter nunc postulatis, spes vobis omnis hac ratione praecidatur, sicque tam expetitum, tamque non solum ad navigationem sed et ad promptam et accuratam geographicarum tabularum reformationem necessarium, ideòque nullis unquam sat dignis praemijs et honoribus compensandum, vereque divinum, inventum, vobis, id recusantibus vel parvipendentibus, excidet, et per vos humano etiam generi, per quos, cum aeternâ strenuae et industriae vestrae gentis gloriâ, illud orbis terrarum Auctor destinato voverat. Nec enim tantum virum, tantique a Serenissimo suo Principe habitum, rem adeò eximiam precario (ut ille suadere videris) iteratu ad Illustrissimos Ordines, scriptione licet, nullo ab illis per tantum tempus habito responso, vel literis ad amplissimum Amstelodamensem Senatum, importune obtrudere decet. Sat sit illum Illustrissimis Dominis Ordinibus fidenter et generosè, summae illorum virtuti et potentiae habitâ reverentiâ, id semel obtulisse; vestrarum porrò sit partium, qui ad ejus promotionem ab illis delecti estis, negocium apud eorum Celsitudines, pro personarum et rei ipsius dignitate, gnaviter curare perficiendum, omnibus ad id facientibus prudenter ab ijs sine ulteriori morâ prospectis et provisis; ex quo vobis Dominis Commissarijs tibique nominatim, Vir Clarissime, magna apud omnes gratia et meritissimus honos quaeretur.

Jure mihi a Domino Galilaeo delato usus, tuam ad eum epistolam2), illibata

[p. 263]

+ altera ad Dominum Peirescium1), Illustrissimo Domino Grotio praesente, aperui et legi; cujus cordatissimi omnibusque (ut scis) virtutibus cumulatissimi viri, ergaque publicum patriae totiusque universi bonum optimè affecti, de hac re judicium ex suprascriptis habes.

Per Dominum Jeremiam Calandrinum2), hanc tibi officiose traditurum, tuum ad eam expectatissimum responsum mihi mittere poteris.

Vale.

 

Adversaria V.C. Andreae Colvii3). - Leyde, Bibl. de l'Université, mss lat. 284, fol. 7 recto.

....................................

20 Martij 1637 tempore aequinoctij in turri Scholae Dordraceni exploravi cum D. Becmanno Solis altitudinem per quadrantem, et fuit gr. m.
37-59
Adde huic numero gr. 23, min. 30a), quos Sol recedit ab aequinoctio tempore solstitij aestivi, et habes altitudinem gr. m.
61-29-0
Aufer gr. 23, min. 30a) ab eodem numero, et habebis
quod est solstitium hybernum nostrum.
gr. m.
14-29b)
Jam aufer 37-59 à 90, manebit
et est illa altitudo Poli nostri4).
gr. m.
51-59c)

Elia Diodati, à Paris, à Constantin Huygens, à La Haye.
20 mars 1637

Texte des pages 430-133 du t. III (1718) du recueil cité plus haut p. 245, L'original aujourd'hui perdu était sans doute rédigé en français; le texte reproduit ci-dessous est la traduction envoyée par Diodati à Galilée en juin 1637.

 

Parigi, 20 Marzo 1637.

 

La fama della virtù e de' gran meriti di V.S. Illustrissima avendomi più volte fatto desiderare di godere ereditariamente nella sua persona dell' amicizia della quale (essendo io in Olanda nell' anno 1612) l'Illustrissimo Sig. suo Padre5), di felice memoria, m'aveva onorato, e continuatamela anco di poi mentre ha vissuto; ora, con l'occasione d'un negozio importantissimo, nel quale ricorro alla sua protezione verso gl' Illustrissimi Signori Stati, dignissimo della loro grandezza e potenza, me le vengo a offerire devotissimo ad onorarla e servirla.

Il Sig. Galileo Galilei (il solo nome del quale, senza altra più particolare denotazione,

[p. 264]

+ manifesta l'eccellenza del suo merito, come di persona singolare nel nostro secolo, avendolo illustrato per le cose da lui ritrovate nel cielo, inaudite ed incognite a i secoli passati), avendomi scritto da un anno in qua1) (secondo l'antica amicizia della quale Sua Signoria s'è compiaciuta onorarmi) che oltre le cose da lui ritrovate e pubblicate gliene restava una importantissima desiderata in universale da tutti, ed alla ricerca della quale tutti i gran principi avevano invitati i mattematici e gli astronomi con promesse d'onoratissime ricompense a chi la trovasse, cioè l'invenzione delle longitudini, nella quale, essendosi affaticati invano fin adesso, gli era felicemente riuscito di venire a capo ed accertarsene per ogni sorta di prove ed esperienze continuate per molt' anni; non restarli se non di trovare un principe potente, al quale dedicando il suo segreto, il negozio sotto tali auspici pigli stabilimento, ed in progresso di tempo ne sia introdotto l'uso per terra e per mare, dove assai più questa invenzione era necessaria per la sicurezza de' naviganti2); essendomi rallegrato seco che con questo nuovo trovato potesse, oltra a' precedenti già pubblicati, anco illustrare la sua memoria con un tanto beneficio verso il genere unano, gli scrissi che mi pareva (se per altre considerazioni non ne era ritenuto) che per questo non poteva far migliore elezione che degl' Illustrissimi Signori Stati Generali delle Provincie Belgiche federate, concorrendo in essi tutte le qualità desiderabili per la perfezione de questo, e potendo meglio d'ogn'altro principe, per via delle continue ed universali loro navigazioni, introdurre e stabilirne l'uso, avendo negli stati loro peritissimi astronomi e numero grandissimo di nocchieri e marinari espertissimi ed industriosissimi, e che di più poteva sperare, anzi assicurarsi, che essi, conoscendo per prova l'importanza di questo negozio e l'onore che glie ne riuscirebbe rendendosi pubblico ed all' uso universale del genere umano sotto i loro auspici, non mancherebbono di testificarglielo, rimunerandolo onoratamente secondo la solita loro magnanimità.

Avendo dunque esso Sig. Galilei condesceso al mio parere, mi pregò di scriverne al Sig. Ortensio per farne fare la proferta alle loro Eccellenze; la quale essendogli stata fatta dal Sig. Borel, Console d'Amsterdam3), fu ricevuta da loro con molto applausò, avendo nominato i Commissari per esamine della proposizione, quando venisse loro presentata4); la quale esso Sig. Galilei, essendo si trovato indisposto, non potè mandargli che in capo a quattro o cinque mesi, cioè nel mese di Settembre passato5), avendola indirizzata al Sig. Realio e scrittoli in particolare una lettera onoratissima6) (come feci anch'io, accompagnando quella del Sig. Galilei7), per dargli notizia che, pervenendogli per mezzo mio, me ne mandasse la risposta), pregandolo di farne la presentazione in nome di Sua Signoria alle loro Eccellenze (non essendo parso di dover servir si in ciò del Sig. Ortensio, se bene suo amico, essendo uno de' Commissari nominati). Alli 4 di Novembre ebbi avviso dal Sig. Ortensio8) della presentazione fatta dal Sig. Realio della proposizione, e che dalle loro Eccellenze era stata ricevuta con grande aggradimento e con molto onore, come esso Signor Galilei lo vedrebbe dalla loro risposta, la quale in breve dal Sig. Realio gli sarebbe mandata, secondo la commissione glie n'era stata data da loro; e che intanto

[p. 265]

+ detta proposizione era stata data a i Commissari per esaminarle e darne relazione. E non essendo fin adesso detta risposta dell' Eccellenze lora stata mandata, avendo il Sig. Ortensio dopo un silenzio continuato di quattro mesi, benchè instantemente da me sollecitato1), finalmente scrittomi2) che il Sig. Realio aveva avuto molte occupazioni, le quali l'avevano impedito di mandare la risposta, e che in breve me la manderebbe per inviarla al Sig. Galilei. E non essendo nè anco seguita la relazione de' Commissari, V.S. Illustriss. può da sè facilmente comprendere se il Sig. Galilei, il quale, per la generosa confidenza dimostrata nel suo procedere avendo con ragione dovuto sperarne ogn' altra cosa che una tanta fredezza, ha occasione ora di ritrovarsi perplesso, ed io, per avercelo ridotto, di restar confuso, una tanta dilazione non rispondendo nè alla dignità dell' negozio, di valore inestimabile, nè al merito incomparabile dell' autore, confidatosi generosamente nella magnanimità dell' Eccellenze loro, e riverito la loro potenza con parole e con fatti nell' aver loro fatto un presente di si gran prezzo, nè finalmente all' onore ed alla gloria immortale che glie ne risulta, dovendo non solo i loro popoli, ma anco tutto il genere umano, ricevere dalle loro mani questo dono del cielo, negato a tutti i secoli passati.

Ed acciò V.S. Illustriss. conosca maggiormente quello avrà da esser fatto per la promozione del negozione, ecco che le mando la copia della proposizione (avendomela esso Sig. Galilei mandata aperta), non solo per informarnela, ma anco per la sua soddisfazione, tenendo che averà molto a caro di vederla3), e che, essendo intelligentissima in queste scienze mattematiche, ne riconoscerà facilmente la verità, e discernerà che quanto resta da farsi per facilitarne l'uso in mare e superare l'impedimento che l'agitazione della nave4) potesse arrecare a far l'osservazioni necessarie, non dee minorare il merito, non derogando ciò alla certezza della cosa, e per quanto spetta alla terra, potendosi senza altro maggior comparamento, per via di questa invenzione, riformare le carte geografiche e marittime ed essere in esse assegnati i veri siti de' luogbi, i quali sin qui non si son posti per lo più che immaginari; il che solo, essendo bene presente ed eccellentissimo per l'aggiustamento della geografia, quando altre non fosse, dee far tenere in grande stima il segreto di questa invenzione. E nondimeno per rispetto anco del mare, oltre che il Sig. Galilei nella sua proposizione dice d'averci trovato qualche opportuno rimedio, non bisogna dubitare, che come universalmente l'arti, principalmente le più nobili, hanno tutte nella loro prima introduzione incontrate delle grandissime difficultà, per le quali in principio si perdeva ogni speranza della loro riuscita, le quali nondimeno dipoi, per l'industria degli uomini (alla quale non è cosa alcuna insuperabile), con ammirazione si son rese facili e praticabili anco da i spiriti volgari, senza dubbio interverrà il medesimo in questo, principalmente se v' aggiungono promesse d'onorati premi a chi lo riduca a perfezione; attesochè (per non uscire della navigazione) moltissime sono l'operazioni che si fanno nel governare le navi, le quali, proposte a i primi naviganti, sariano state riputate del tutto impossibili; e parlando d'una sola, chi avrebbe mai creduto che si potesse fare una mistione dell' uso delle vele e di quello del timone, che, senza scapito alcuno, anzi più presto con qualche guadagno, si potesse contrastare alla forza d'impetuoso vento contrario? Sicchè l'ingegno umano venendo a capo d'ogni cosa a che s'applica con fissa ostinazione, questa difficultà per la fluttuazione della nave sara anco col tempo facilmente superata, come s'è visto di molte altre assai maggiori ed assai manco necessarie ad esser superate. V.S. Illustrissima

[p. 266]

+ vedrà di più per la detta proposizione, come il Sig. Galilei offerendo di dichiarare il modo per la costruzione dell' efemeridi de' moti regolari de' quattro satelliti di Giove, e d'insegnar la fabbrica dell' orologio da lui trovato, esattissimo misuratore del tempo senza errore nè anco d'un minuto secondo d'ora in un giorno nè in un mese (aiuto mirabile in tutte l'astronomiche osservazioni)1); per venire all' effetto di tutte queste gran cose, le quali non si possono sperare da altri che da lui, non avendo per la sua grave età potuto intraprendere un viaggio di tanta distanza per trattar questo suo negozio di presenza, come sarebbe stato assai più opportuno, anzi necessario, pare che quello s'abbia da fare per supplirci sia che con un trattamento convenevole al suo merito, alla dignità del negozio ed alla grandezza e potenza di cotesti Illustrissimi Signori, testificatogli con gli effetti, senza più lunga dilazione, venga ad essere indotto ed invitato a dichiarar le cose da lui offerte, perchè il continuare nel modo che si è proceduto fino adesso, gli priva giustamente d'ogni speranza e mette il negozio in termine di perdersi, frustrandone l'autore dell' onore e del premio dovutogli, il mondo universale del benefizio desiderato, e cotesti Illustriss. Signori della gloria dello stabilimento.

Però, con quel maggiore affetto ch' io posso, prego umilmente V.S. Illustrissima di volere abbracciare questo negozio, nel quale non credo poterle essere importuno, anzi, visto dalla sua generosità, spero che lo giudicherà degno oggetto della sua virtù e d'esser appoggiato all' autorità di Sua Altezza2), in quanto la gloria di si nobili e si illustri stabilimenti ridonda principalmente nella gloria de' principi sotto gli auspici de' quali si son fatti, notandosi tra le più segnalate imprese loro, come in Cesare la riformazione del calendario, ed in Ferdinando di Castiglia lo scoprimento dell' Indie; onde Sua Altezza, non cedendo in grandezza d'animo ad alcuno de' detti principi, se sarà informato da V.S. Illustrissima del merito di questo negozio, nobilissimo per la sua origine, essendo derivato dal cielo, ed illustrissimo per lo bene universale e perpetuo al genere umano, l'animerà senzadubbio a proteggerlo volentieri con l'autorità sua.

Il Sig. Heuscherchen3), Residente in questa Corte per cotesti Illustrissimi Signori, con quale ne ho conferito, è stato di parere che ne scrivessi all' Illustrissimo Signor Musch4) Segretario di Stato delle loro Eccellenze, per raccomandargli il negozio, come persona di molta autorità nel Consiglio loro e di gran virtù, al quale ne ho scritto, sebbene più succintamente Piacerà a V.S. Illustrissima conferirne con lui, e concertare insieme quello che giudicheranno s' abbia da fare, facendomi il favore di avvisarmene. Il zelo del ben pubblico ed il devotissimo affetto mio verso cotesto trionfante Stato, dal quale prima sono stato mosso, me ne fa desiderare il felice successo per la gloria loro, oltre l'interesse dell' autore, persona singolare e d'incomparabil valore, trovandomici in obbligo per suo rispetto, avendo egli in ciò seguito il consiglio che io glie ne ho dato; sicchè gli buoni uffici, che V.S. Illustrissima si compiacerà far per il bene del negozio, mi terranno in obbligo strettissimo e perpetuo verso di lei, pregandola ec.

[p. 267]
+

[7 april 1637]

Résolutions des Etats-Généraux, ad annum, fol. 216recto. - La Haye, Archives d'Etat.

 

Martis, den 7en Aprilis 1637.

 

Is in de vergaderinge gecompareert de Heer Laurens Reael ende heeft Haer Hooch Mogende verhaelt ende gerepresenteert 'tgene hy tzedert de resolutie van Haer Hooch Mogende in de saeck van Galileus Galilei heeft gedaen ende 'tgene oock verder by andere syne mede-gecommitterden is gebesogneert in de voorseyde saecke.

Waerop gedelibereert synde, is goetgevonden ende verstaen, midts desen te versoucken ende te committeren de Heeren Rantwyck1), Weede2) ende Schonenburch3) om over 'tgene voorseyt is te spreecken met den voornoemden Heer Reael, alsoock mede noopende de oncosten die gedaen souden moeten werden tottet uytvinden ende examineren van deselve saecke, ende daervan aen Haer Hooch Mogende rapport te doen, om gehoort voorts gedaen te worden nae behooren.

[3 april 1637]

Register op de geadmitteerde borgers der stad Vlissingen van 1600 tot 1700. - Flessingue, Archives municipales.

 

Lambrechtsen, Andries, van Petegem in Vlaenderen, desen 3en April 16374).

Constantin Huygens, à La Haye, à Elia Diodati, à Paris
13 avril 1637

Actuellement La Haye, Bibl. royale, coll. Huygens, ms XLIX, t. I, p. 771. - Minute ou copie contemporaine. - Eu haut: A Monsieur Diodati.

Une traduction italienne de cette lettre fut envoyée par Diodati à Galilee le 11 juin 1637.

 

Sorti à peine du nuage d'une calamité domestique dont il a pieu à Dieu me menacer seulement5), comme j'espere que M. Pollotti6) vous aura faict entendre par avance, j'attrappe ce premier ordinaire, pour vous rendre compte de ce que vous m'avez voulu commander touchant la proposition faicte par le Sr Galilee à cest estat.

L'histoire en sera courte, parce que n'en ayant conféré encor qu'aveq M. Musch, j'ay trouvé que, pour ce qui est de l'acceptation de l'offre et le ressentiment qui se doibt à la grande bienvueillance d'un personnage si celebre, la chose est icy en aussi bons termes qu'on la puisse desirer et, à ce que ledit Sr Musch m' asseure, le Sr Reael s'est chargé de par l'estat d'en faire notification tres ample à vostre amy7). Mais ce sera - si desja ses depesches ne sont parties - en luy demandant un telescope de sa façon, ceux de ces paiz ne nous pouvant representer ces quatre satellites, dont il s'agit, sans je ne sçay quelle sorte de scintillation, qui pourroit empescher les observations soudaines et momentanees de leurs congiuntioni, applicationi et eclissi, telles que l'auteur nous les specifie8), de

[p. 268]

+ sorte, Monsieur, que le rapport de ces commissaires ne s'estant peu faire que provisonel et en partie, sans l'ayde de l'engin principal, je ne voy pas quel subject le Sr Galilei pourroit avoir de se tenir peu satisfaict du delay de noz resolutions. Il restera d'ailleurs l'expedient necessaire contre les agitations de la mer, et l'horologe, de pareille importance à bien effectuer ces operations. Tout cela est de l'essence en tant que la chose regarde la navigation. Si ne le voyons nous qu'en esperance, et qui sçait si ce grand personnage vivra assez pour nous achever d'instruire? Je vous donne à penser là-dessus, s'il n'importe pas que vous continuez à l'en presser, et que, si tout ne paroist d'abord au degré de la perfection, nous ne debvons mettre peine et nous haster d'en approcher par son adresse tant que pouvons. J'advoue que, si sibi constat calculus ephemeridum, comme je suis bien content de m'en reposer sur la bonne foy de l'auteur, c'est desja un grand point gaigné par terre, et d'où s'en suivra necessairement la reformation de toute la geographie, mais les interests particuliers nous pressants plus et uniquement, à nous veoir designer en haute mer, où nous sommes, tant au regard du long que du large, vous pouvez considerer, qu'il n'y a que l'invention marine qui nous chatouille principalement, et sans laquelle aucunement reduitte à l'effect de la prattique, que noz peuples auront de la peine à se tenir obligez d'un benefice general et beau, plus qu'avantageux à leurs affaires. Mais ce sera bien moy, Monsieur, qui travailleray à leur donner de plus saines impressions. Je vous prie d'en asseurer ce digne personnage, et que, si tout ce monde a de la passion pour son excellent merite comme moy, il ne manquera pas d'en tirer toute sorte de satisfaction.

C'est ce peu, Monsieur, que j'ay eu à vous dire sur ceste illustre matiere, dont je cheris l'occasion au double pour m'en veoir dans l'acquest de vostre amitié, recherchee aveq raison par tous ceux qui estiment la vertu des sciences, et la science des vertuz. Je prendroy plaisir à m'estendre sur ce subject, mais il faut que j'abbrege, en protestant que j'ay esté six fois interrompu dans ces trois pages d'escriture. Ita nos Dij nimirum tanquam pilum habent. C'est la roue de mon mestier qui ainsi m'agite de matiere en matiere. Aggreez, s'il vous plaist, ce discours tumultuaire, et me faictes la faveur de croire, que j'auray un soin tres-particulier de vous faire veoir à combien je repute l'honneur d'estre creu, Monsieur, etc.

 

A La Haye, ce 13 d' Apvril 1637.

[20 april 1637]

Résolutions des Etats-Généraux, fol. 263verso. - La Haye, Archives d'Etat.

 

Sabbati, den 20 Aprilis 1637

 

Synde gehoort trapport van de Heeren Rantwyck ende andre Heeren Haer Hooch Mogende Gedeputeerden, achtervolgens derselver resolutie1) in conferentie geweest synde met den Heer Reael, nopende tgene de Heer Galileus Galilei van Haer Hooch Mogende heeft bekent gemaeckt int regard van de nieuwe observantie in den loop des hemels, is nae voorgaende deliberatie goetgevonden ende verstaen, dat men den voornoemden Galileus Galilei sal vereeren met een gouden kettingh ter waerde van vyffhondert gulden ende dat Haer Hooch Mogende op derselven costen de voornoemde inventie sullen laten ondersoecken, ende deselve bevindende in conforme van syn aengeven, dat se hetselve danckelick ende liberalick sullen erkennen.

Voorts sal geschreven worden aen de Camer van d'Oost-Indische Compagnie tot Amsterdam, datse wille furneren aen handen van de voornoemden Heer Reael duysent gulden, om by hem geemployeert te worden tot incoop van instrumenten, nodich tot het voor-

[p. 269]

+seyde ondersouck. Ende sal de voorseyde somme de meergenoemde Camer gevalideert worden, jegens de Generaliteyt in minderinge vant gene sy bevonden sullen worden schuldich te syn ter saecke vant recht der convoyen ende licenten.

Les Etats-Généraux des Provinces-Unies à La Haye, à la Chambre de la Compagnie des Indes Orientales, à Amsterdam.
25 April 1637

La Haye, Archives d'Etat, Lias Oost-Indische Compagnie (non-folioté). - Minute.

 

Aen de Camer van de Oost-Indische Compagnie tot Amsterdam.

 

Den 25 April 1637

 

De Staten etc.

Alsoo de Heer Galileus Galilei ons ten regarde van de nieuwe observantie inden loop des hemels yetwes heeft bekent gemaeckt ende dat wy op ons hebben genomen de inventie van den voornoemden Galileus Galilei tot coste van desen Staet te laeten ondersoucken, soo hebben wy goetgevonden Ul. mits desen te versoecken ende begeeren dat deselve aen handen van den Heer Reael, schepen ende Raet der Stadt Amsterdam, willen furneren de somme van duysent guldens om by hem geemployeert te worden tot incoop van instrumenten, nodich tot het voorsegde ondersoeck, ende sal Ulieden de voorsegde somme jegens de Generaliteyt gevalideert worden in minderinge vant geene deselve bevonden sullen worden aent landt schuldich te syn ter saecke vant recht der convoyen en licenten.

Waermede etc.

Actum 25 April 1637.

 

Les Etats-Généraux des Provinces-Unies, à La Haye, à Galileo Galilei, à Arcetri.

25 avril 1637

 

La Haye, Archives d'Etat, Lias Oost-Indische Compagnie. - Minute. - En haut: Au Sieur Galileus Galilei, Grand-mathematicien.

 

Le 25 d'Avril 1637.

 

Monsieur,

 

Cinq mois y a que le Sieur Reael, jadis Gouverneur-general es Indes orientales nous a offert en don de vostre part l'invention trouvee nouvellement de pouvoir sçavoir en tout temps la longitude, chose desiree vrayement par beaucoup de siecles sans que personne en soit venue à bout jusques à present. Nous avons tesmoigné au susdict Sieur Reael que vostre don nous estoit tres agreable et que vous en sçavions grand gré, l'ayant aussi quant et quant faict mectre à la preuve, à nos grandissimes despens, par nos mathematiciens les plus doctes, experimentez et relevez qui sont en ces quartiers, en sorte que nous sommes en attente avec indicible desir, par en estre par eux esclaircis. Et pour vous faire ce pendant paroistre un eschantillon de nostre gratitude et bienveullance, nous vous envoyons par provision ces presentes, accompagnees d'une chesne d'or de la valeur environs de deux cents escus, et aux cas que vostre invention soit trouvee ainsi que vous nous en promettez,

[p. 270]

+ nous ne lairrons pas de la recognoistre plus liberalement, outre l'honneur et reputation qui vous en reviendra par tout le monde1).

Sur ce2).

Faict le 25 d'Avril 1637.

Martinus van den Hove (Hortensius) à Amsterdam, à Elia Diodati, à Paris
27 April 1637

Texte des pp. 435-438 du t. III (1718) du recueil cité plus haut p. 245. - Diodati envoya la lettre le 11 juin 1637 à Galilée.

 

Gaudeo, Vir doctissime, literas meas Kal. Februari datas3) tandem ad te pervenisse, sed doleo tantum te offendisse4) quòd Mersenno et Morino innotuerit Domini Galilaei propositum. Itaque studebo me purgare et ad difficultates, quas obijcis, respondere.

Quantum ad me attinet, optassem rem totam potuisse occultam manere donec nobilis Galilaeus requisita omnia exhibuisset et ab Illustrissimis Ordinibus debitam habuisset renumerationem. Verùm non potuit illud, divulgatâ ipsius intentione, ullatenus obtineri. Ubi enim facta fuit a Nob. Realio literarum Domini Galilaei oblatio, non Illustrissimi Ordines modo, verùm plurimi alij Hagae magnates, amici Domini Realij, inventi arcanum voluerunt sibi aperiri, et ille, me inscio, multis totum negotium communicavit. Inter alios, quibus facta fuit inventi detectio, erat Nobilis Hugenius, Illustrissimi Principis Auriaci secretarius, qui Domini Galilaei propositum epigrammate prosequutus est, hoc post ad Clarissimum Barleum missum5); cùmque Leidam pauco interlapso tempore venirem, Clarissimus Golius non modo inventi Galilaeani, sed et modi observandi Joviales fecit mentionem, deprehendique etiam studiosis quibusdam hunc innotuisse. Sequuta fuit Becmanni ad me epistola6), quâ rogavit ut (quia inter Commissarios delectus fuerat) Galilaeanum inventum sibi penitus communicaretur. Quod antequam perficio, ecce literae a Morino advolant, Mersenno per Becmannum indicatum esse quod Nob. Galilaeus inventionem longitudinis moliatur eamque jam oblatam fuisse Illustrissimis Ordinibus; petit simul Morinus ut pro amicitiâ nostrâ de rumore a Becmanno excitato facerem eum certiorem7). Ego, considerans hanc famam per totam Hollandiam jam diffusam

[p. 271]

+ (plures enim ejus conscij jam me compellarant facileque inde Lutetiam usque penetraturam, scripsi Morino, inventum Domini Galilaei niti observationi Jovialium, nec quidquam praeterea1).

Haec tota culpa mea est. Fateor autem melius futurum fuisse et auctori Galilaeo dignius, si nihil istorum, antequam renumerationem obtinuisset, potuisset divulgari. Verùm vos ipsi quodammodo fuistis in caussâ cur tam leviter hoc inventum innotuerit; nunquam ullibi in literis vestris mentionem fecistis, oblationem inventi tacito deberi fieri aut expressam silentij conditionem à nobis efflagitastis. Ipse Dominus Galilaeus causam etiam aliquam praebuit, quominus de silentio essemus solliciti: scripsit enim inter alia se hanc inventionem illustrissimis Ordinibus ita offerre, ut si bona judicetur, recipiatur2): quod si tam certus fuisset ac Dominatio vestra scribit3), nonne potius cum fiduciâ dicere debuisset, se habere inventionem certam ac indubitatam, et silentium à Nobili Realio caeterisque Commissarijs tantis perpetere, donec ipse eam Illustrissimis Dominis obtulisset? Apud me quidem tanta erat de D. Galilaeo concepta opinio, ut non aliud existimarem quàm certa esse omnia et explorata, et hactenus quoque tacebam; sed quid ego potui praescribere Domino Realio, Becmanno, Golio, qui omnes de successu rei dubitare videbantur? Quum reprehenderem Becmannum quòd Mersenno aliquid indicasset de Domino Galilaeo, respondit se ignorasse oblationem ejus debere esse occultam. Praestitisset Dominum Galilaeum, fiduciâ liberalitatis Illustrissimorum Ordinum, una cum literis requisita omnia ad inventi sui praxim exhibuisse, quod ego ab initio semper urgebam; sic tum statim sequuta fuisset renumeratio, et, famâ ejus divulgatâ, habuissent eruditi inventionis aliquem gustum, et hinc tanto major ad ipsum redijsset laus. Apud nos moris est ut quicunque aut privilegium aut praemium pro aliqua inventione petit, coram Illustrissimis Ordinibus ejus veritatem prius comprobandam habeat, ac tum simul cum immunitate aut praemio inventum omnibus innotescit. Id quum a Domino Galilaeo (quicquid ego contra contenderim) non sit observatum, sed mentio inventi tantùm facta ante exhibita requisita, ipse satis vides, mi Deodate, arcanum hoc nullo modo potuisse reticeri. Si ab initio mihi aut uni Realio res fuisset commissa cum aliquâ mentione taciturnitatis vel juramentum interponere ausus fuissem, nemini mortalium ante tempus ab ipso Domino Galilaeo statutum, potúisse quicquam innotescere. Nunc autem, cùm istud neglectum sit, diù antequam de Morino aut scirem aut cogitarem, per Nob. Realij relationem omnibus pene Hagae ac Leidae innotuit: adeò voluntatis Illustrissimorum Ordinum aut sciti auctoris nulla (quod carpis) fuerit habita ratio. Non contigisset illud, si prius Dominus Galilaeus arcani sui nudam fecisset apud illustrissimos Dominos mentionem, et responso accepto, totum illud transmisis-

[p. 272]

+set. Nunc, cùm rationem inventi patentibus literis ad D. Realium miserit sine petitione silentij, omnium curiositate excitatâ, minime potuit latere, et mihi quoque nullam singularem potestis imputare divulgati secreti culpam.

Sed quid multa? Putasne, mi Deodate, Nob. Galilaei honori quicquam detractum esse eo quod Mersenno cuidam aut Morino ratio ejus inventi innotuerit? Plures apud nos eam norunt, et me nil tale cogitante, ex quo Hagae rumor iste diffusus fuit, calculis suis inventi successum aut damnarunt aut approbarunt, salvo interim manente peritorum judicio et auctoris honore. Verum enim vero demus toti Europae jam innotuisse, an ideò minus vere D. Galilaeus quae obtulit poterit praestare? Ego hactenus contra omnes contendo, maximi momenti rem esse, et illustris auctoris famae nihil ex praejudicio derogatum. Modo successus non desit inventioni Nob. Viri, etiam contra mille invidos ducet triumphum. Quocirca noli sequius quid de nobis ominari, aut in perversum sensum trahere quod tantillus errorculus commissus sit, postquam publica jam loquebatur fama; sed contrà urge Nob. Virum ut caetera maturet et praemio debito gaudere queat, cujus gustum aliquem non dubito quin brevi sensurus sit, quia Nob. Realius in eo jam totus occupatur.

Caeterum, cùm Morinum aemulum D. Galilaei dicis et cum eo in posterum tractare vetas, candidè quidem agis. Sed crede mihi (nisi ipse Galilaeo transcripseris quid sit actum) nullum hinc metuendum discrimem. Posteriùs illud spondeo non futurum; prius nullum infert praejudicium. Quicquid Morinus D. Galilaeo invideat, quicquid circa Lunam moliatur, nihil unquam apud nos obtinebit. Et ut semel scias quae sit apud Illustrissimos Ordines D. Galilaei existimatio, ego et Nob. Realius hucusque rem perduximus, ut si vel centum alij cum eâdem aut simili inventione prodirent, Nobilissimus vir me quasi successorem sibi constituit, ut minutas hallucinationes, quae adhuc invento adhaerere possent, successu temporis emendarem, de quo nullatenus despero. Vides ergo, optime Diodate, nullum esse metuendum D. Galilaeo damnum ex eo quod inventio ejus jam pluribus innotuerit.

 

Conquereris porrò quod a quinque mensibus nullum signum extiterit honoroficae receptionis inventi Galilaeani et debitae gratitudinis1). Illud negocijs D. Realij et Illustrissimorum Ordinum in his bellorum tumultibus adscribendum, non neglectui aut contemptui offerentis. Ego operam sat strenuam navavi, ut citiùs ei responderetur. Sed quid solus possum? Velim igitur per te Nobili viro significari, omnia rectè se habitura et praeclare Illustrissimos Ordines ejus labores remuneraturos, idque quàm primum, quia D. Realius Hagam profectus est ut negotium absolvat. Haec peto ut etiam Illustrissimo Grotio significes, et Excellentiam suam roges ne spem deponat aut male de me ominetur, Mersenni aut

[p. 273]

+ Morini causa aut ob hanc Illustrissimorum Ordinum tarditatem. Ab ijs enim nihil metuendum; de hac Illustrissimus ipse vir multò certiùs quàm ego potest judicare, ob rationes statûs nostri penitus sibi perspectas.

 

De Morino, ut hoc adhuc addam, quominus sis sollicitus, habe utriusque nostrum verba, tam ex literis meis quàm ex ejus responsione. Ego sic scripsi: Galilaeus inventum suum nondum exhibuit, sed tantùm ad Illustrissimos Ordines scripsit se per motûs Jovialium, beneficio telescopij observatos, longitudines locorum velle inquirere. Ubi requisita omnia nobis transmiserit, ad coelum ea probabimus, et, si bona sint, totam inventionem faciemus publici juris. Ipse respondit hoc modo: Pergratum mihi fecisti, quod me de Galilaei inventione reddideris; peropto ut illi quàm mihi longitudinum praxis succedat feliciùs, ipseque Joviales satellites super Terra marique facile observabiles praestet, ac illorum tabulas ad eam perducat praecisionem vir ille inter mathematicos celeberrimus, ut saltem singulis diebus errores ad plures gradûs integros observando non deprehendantur, quod contingebat DD. de Peiresc et Gauterio, Priori Vallettae, dum anno 16071) in tabulis similibus condendis meâ operâ utebantur pro calculo, unde à proposito desistere coacti fuere. Haec sunt ipsissima nostra verba, quae utrum inventionia) D. Galilaei obesse queant, facile despicies.

 

Interim vale, Nobilissime vir et amicissime, praestantissimoque D. Galilaeo quàm primum scribe, ne de Illustrissimorum Dominorum Ordinum propensissima erga eum benevolentia ullatenus desperet....

Maarten van den Hove (Hortensius), à Amsterdam à Galileo Galilei à Arcetri.
7 mai 1637

Texte de la page 438 du t. III (1718) du recueil cité plus haut p. 245.

 

Amsterdam, 7 Maijb) 1637

 

Intellexi ex literis Domini Deodati et hodiernâ ad me per Dominum Bartolotti2) relatione, Nob. D.V. magno teneri desiderio sciendi quo in statu versetur negotium illud circa longitudines locorum, cujus oblationem per Nob. Realium fieri volueras ante menses quasi sex3); nec dubito quin caussam tam diuturni silentij Illustrissimorum Ordinum ad Nobilissimae Dominationis Vestrae literas haud potueris hactenus divinare. Nihil jam de eâ dicam, quia aliàs, ad Nob. Dominationem et D. Deodatum datis literis (quas fortè

[p. 274]

+ accepisti)1) fusiùs exposui ubi aqua haeserit quominus optatum toties nactus fueris responsum. Res nunc ad finem pene est deducta, nam Nob. Realius, Hagae degens, ultimum Illustriss. Dominorum Ordinum circa propositionem Nobilissimae Dominationis Vestrae decretum adeptus est2) et procul omni dubio efficiet ut quàm primum Nob. Dominationi Vestrae amplè respondeatur. Decreti summam nondum exactè novi, sed quantum audire potui, honorarium Dominationis Vestrae, nobis locum observationis idoneum cum instrumentis necessarijs, jusserunt assignari. Ubi plenarium decreti sensum percepero, Dominationi Vestrae Excellentissimae significabo quid porrò sit agendum. Nunc brevis esse cogor quia avocant negotia, quibus non obstantibus haec tamen Dominationi Vestrae Nobilissimae duxi indicanda, sub spe quòd in bonam partem sis accepturus.

Vale. Raptim.

Alfonso Pollotti3), à Amsterdam, à Elia Diodati, à Paris.
8 mai 1637

Texte des pages 440-441 du t. III (1718) de l'édition citée plus haut p. 245. Diodati envoya la présente lettre à Galilée le 11 juin 1637.

 

Amsterdam, 8 Maggio 1637.

 

Molt' Illustre mio Signore,

 

Ho ricevuto due gratissime di V.S. molt' Illustre de' 20 e 27 Marzo. Alla prima risposi subito, ed inviai la lettera al Sig. Vanelli; dopo il Sig. Ugenio m'ha assicurato avere anche scritto a V.S.4) e datoli particolare ragguaglio circa quello che ha operato in favore del Sig. Galileo Galilei; per il che io ho tardato sin adesso a rispondere alla seconda, per poterle dar sicuro avviso in che stato sia ridotto tal negozio. In somma ho ritrovato che la proposizione fatta del Sig. Galilei a' Signori Stati è riuscita loro gratissima, e che i due Commissari scelti per farne l'esame gli procedono senza emulazione e con ogni equità dovuta; ma per esser negozio difficilissimo a metter in atto pratico, non hanno potuto prima fargli la dovuta risposta, oltre che la maggior parte degli affari che si trattano con chi governa vanno qua alla lunga, come altrove. Ora ragguaglio V.S., che se detto Sig. Galilei non ha ancora ricevuto, riceverà in breve lettere de' Signori Stati Generali, con una catena d'oro5) per segno che hanno gradito la sua proposizione; sopra la quale desiderano ancora avere chiarezza sopra qualche punto; e potendosi ridurre ad intera perfezione, mostreranno senza dubbio ogni dovuta gratitudine per riconoscer il favore fattoli.

Ieri ricevei la qui allegata6) del Sig. Ortensio, uno de i Deputati, per la quale credo darà particolar ragguaglio al Sig. Galilei, in che termine sia il negozio....

[p. 275]
+

Elia Diodati, à Paris, à Constantin Huygens, à La Haye
8 mai 1637

Texte des pp. 439-440 du t. III (1718) de l'édition citée plus haut p. 245. L'original, écrit sans doute en français, fut traduit par Diodati en italien et envoyé à Galilée le 11 juin 1637.

 

8 Maggio 1637.

 

Con grandissima soddisfazione ho veduto la (sic) gratissima di V.S. Illustriss. de' 13 del passato1), responsiva alla mia, la sua prontezza (quale l'aveva sperata dalla sua sapienza e virtù) a voler protegger del suo favore il negozio del Signor Galilei, facendone la debita stima secondo l'infinito suo valore per la riformazione della geografia e per l'uso della navigazione.

E siccome, per non perderci tempo alcuno (l'età d'esso Signore rendendocelo carissimo), V.S. Illustrissima m'esorta a procurar con lui l'accelerazione delle cose le quali per la sua proposta agl' Illustrissimi Signori Stati ha inoltre offerto di dichiarar loro, desidererei che si fusse compiaciuta di dar ordine costà e provvedere che l'opera mia potesse riuscire a qualche buono effetto, facendo in modo che dalla parte di cotesti Illustrissimi Signori Stati gli venisse fatta qualche dimostrazione, se non di gratitudine, almeno di gradimento per un si nobile e prezioso presente fatto loro. Poichè la lettera loro in risposta della presentazione della detta proposta (la quale il Sig. Realio fin dal mese Novembre passato ebbe commissione di mandargli, e della quale allora gli fu data speranza)2), non essendogli sin qui stata mandata3), non vedo in che modo io possa persuaderlo ad aprirsi più avanti, avendo per si fatto ritardamento giusta occasione di restare in dubbio se la dedicazione della sua invenzione è stata loro grata o no. Del resto non so comprendere per qual ragione il Sig. Realio abbia tanto negligentato questo negozio4); e se ben tengo per cosa certissima che non abbia avuta nessuna mala intenzione, nondimeno mi par di poterle dire con ragione, che continuandosi in questo modo, sarebbe al certo la via di perderlo, non potendosi sperare che il Sig. Galilei sia per aprirsi più avanti nelle cose da lui offerte; nec enim obtruduntur beneficia, solendo le persone savie ed intelligenti il merito delle cose, quale non si può dubitare essere il Sig. Galilei, proceder sempre con circonspezione e riservatezza.

Però, per scancellar tutti questi sinistri riscontri, successi in questo principio (come io credo) piuttosto per disgrazia che altrimenti, e per ristorar la fiducia la quale per questo lungo silenzio potesse essere scemata in esso Sig. Galilei, parrebbe non solo necessario che la risposta delle loro Eccellenze non fosse più ritardata, ma forse (per corrispondere al merito della persona, alla dignità del negozio ed alla grandezza di cotesti Illustrissimi Signori) saria anco opportuno che essa risposta fosse accompagnata con qualche regalo, per testificargli con gli effetti l'onorata stima fattane da loro, finchè il negozio sendo ridotto a fine, gli sia ordinata da loro la debita ricompensa del suo trovato. V.S. Illustrissima si compiacerà di pensarci e di conferirne con l'Illustriss. Signor Segretario Musch5), e procurare che, quanto più prontamente si potrà, dalle loro Eccellenze sia risoluto quello che giudicheranno doversi fare per il meglio, acciocchè in vita dell' autore questo negozio si riduca alla maggior perfezione che si potrà, avendomi egli per nuove lettere, con termini magnifichi, accertato dell' infallibile verità della sua invenzione6).

[p. 276]
+

Adoperiamoci dunque, Illustrissimo Signore, per farla metter quanto prima in evidenza, sapendo al certo che tale è il desiderio dell' autore, purchè dall' Eccellenze loro vi sia corrisposto. Gli ho significato l'onorata stima nella quale V.S. Illustrissima lo tiene, secondo che da lei m' è stato ordinato: però, comecchè succéda il suo negozio, resterà sempre obligatissimo alla generosa virtù sua, accertato da me come ella se gli mostra bene affetta e di quanto momento gli abbia da essere la sua protezione, per la grande autorità che tiene appresso S.A.1) e tutti cotesti Illustrissimi Signori, per merito del suo singolare valore.

Elia Diodati, à Paris, aux Etats-Generaux des Provinces-Unies, à La Haye.
15 mai 1637

Texte des pp. 441-442 du t. III (1718) de l'édition citée plus haut p. 245.

On ne connait de cette lettre que la traduction italienne envoyée par Diodati à Galilée le 11 juin 1637. L'original n'est pas retrouvé parmi les lettres aux Etats-Généraux, ni mentionné dans les Résolutions.

 

Parigi, 15 Maggio 1637.

 

Illustrissimi e Potentissimi Signori,

 

La reputazione della vostra potenza, illustrata da i gloriosi successi e dalle memorabili navigazioni loro, avendo ripieno il mondo di stupore, e ridotto l'onor dovuto all' ardita impresa del navigare nell' ammirazione de' nuovi scoprimenti e delle felici conquiste fatte da loro, la ragione voleva che l'ultimo capo che restava per la perfezione della navigazione e per la riforma della geografia, cioè il modo per l'osservazione della longitudine, dopo d'essere stato sin qui cercato da molti indarno, essendo in fine stato felicemente ritrovato dal Sig. Galilei, fenice degli astronomi del nostro secolo, fusse, come nobil trofeo delle sue speculazioni, da lui consacrato all' Eccellenze loro, per esser sotto i felici auspicî della loro potenza reso universale a beneficio del genere umano, acciocchè la gloria d'un cosi necessario ed insperato bene fusse riconosciuta dalla beneficenza loro.

L'adempimento di questo negozio, Illustrissimi Signori, depende principalmente dal gradimento loro di si fatto presente, acciocchè in séguito di esso l'autore ne mandi loro la chiarezza ed altre dependenze necessarie per l'uso e la pratica di esso, non avendo cosa alcuna più a cuore (dopo il devotissimo affetto suo di riverire e servire l'Eccellenze loro, testificato da lui con questo suo dono) che di far conoscer loro la verità e la certezza di questa sua invenzione, manifestando loro con ogni pienezza le particolarità specificate nella sua proposta; aspettando ciò l'onore de' comandamenti loro, con tanto maggior zelo quanto, non avendo potuto per l'età provetta venire a riverirle di presenza dall' estreme parti d'Italia, desidera sommamente di deponer quanto prima nelle loro mani l'interiore di questo suo segreto, consolandosi con la speranza che per mezzo loro abbia da esser stabilito e che della sua invenzione ne resti perpetuata la memoria a' posteri.

Di che essendo stato informato da esso (avendomi fatto l'onore di confidarmi questo suo negozio da poco manco di due anni in qua2), ho preso ardire, Illustrissimi Signori, d'avvisarne l'Eccellenze vostre, sentendomici obbligato come devotissimo alla prosperità ed alla gloria dello Stato loro; supplicando le vostre Eccellenze ecc.

[p. 277]
+

Elia Diodati, à Paris, à Constantin Huygens, à La Haye.
15 mai 1637

Texte de la page 442 du t. III (1718) de l'édition citée plus haut p. 245. Le présent est la traduction italienne envoyée par Diodati le 11 juin 1637 à Galilée.

 

Parigi, 15 Maggio 1637.

 

Non potendo abbandonar questo negozio per diversi rispetti, e principalmente per il bene che ha da riuscirne all' universale, essendo persuaso della verità e certezza di esso, prego umilmente V.S. Illustriss. ad interpetrare in bene la cura sollecita che ne piglio con scriverne anco agli Illustrissimi Signori Stati rimettendo nondimeno alla sua prudente censura di presentar loro o di sopprimere la mia lettera1), secondo che conoscerà dover farsi per il maggior bene del negozio2).

 

D'après les notes généalogiques de son frère Abraham (cf. t. I, p. XXII et XXX), Isaac Beeckman mourut le 19 mai 1637, probablement à Dordrecht. Cf. aussi t. III, p. 431, fin de la note 23).